domenica 17 novembre 2013

Marò, deludente audizione di De Mistura al Senato: poche chiacchiere, nessun fatto, sviluppi inquietanti


 Italy's Deputy Foreign Minister de Mistura speaks during a news conference at the Italian embassy in New Delhi

Nella sua audizione di fronte alle Commissioni Difesa di Camera e Senato per riferire sulla questione dei due Marò italiani arrestati e trattenuti in India con l’accusa di omicidio, il Commissario straordinario del Governo per questo caso Staffan de Mistura non ha fornito alcuna indicazione concreta capace di dissipare lo scetticismo circa la possibilità di una rapida ed equa chiusura della vicenda, nè per rassicurare per la sorte che attende i nostri militari. Tutto quello che ha detto de Mistura era già stato reso di pubblico dominio dai media nazionali, specie da pubblicazioni come ad esempio il quotidiano on line Qelsi, che segue il caso in tempo reale sin dal suo inizio, ponendo l’attenzione su ogni singolo risvolto o novità registrato nel merito di questa vicenda spinosissima e senza precedenti. Nella sua apertura, de Mistura ha sottolineato le linee guida dell’azione del governo italiano, confermando che l’unica opzione perseguita è stata quella di puntare ad un processo che risulti equo e rapido. Una posizione velleitaria e rinunciataria perchè aggira tutta una serie di problematiche giuridiche e politiche in merito alle quali si dà, quindi, per scontato di darla vinta agli indiani accettandone supinamente ogni pretesa, anche la più illegittima ed irragionevole. Vediamo.

C’è all’origine la questione della competenza giurisdizionale a condurre l’inchiesta ed, in base alle risultanze di questa, ad istruire e condurre un eventuale procedimento giuridico a carico dei responsabili di azioni illegali e crimini. Di norma, questo tipo di inchieste sono bipartisan e trattandosi di eventi accaduti durante la navigazione in mare, condotte o dal Paese sul territorio del quale vengono commessi i reati, in questo caso le acque territoriali, od oppure dal paese di bandiera della nave a bordo della quale sono stati commessi i reati contestati. 

Una delle poche certezze di questo caso riguarda il dove sarebbe avvenuta l’uccisione dei pescatori. Secondo l’Italia a 27 miglia nautiche dalla costa dello stato indiano del Kerala, secondo la Capitaneria di Porto di Kochi, la polizia del Kerala e quanto accertato dalla Corte Suprema dell’Unione Indiana a New Delhi a 20,5 miglia dalla costa. Il limite delle acque territoriali in quel braccio di mare è posto a 12 miglia, quindi l’incidente è avvenuto in acque extraterritoriali dell’India e la giurisdizione del caso spetta all’Italia. Su questo punto de Mistura nulla ha accennato. Di fatto, avendo optato per l’opzione voluta dagli indiani del processo in India, si rinuncia a far valere ed a chiedere il rispetto, nelle opportune sedi internazionali, di un diritto inoppugnabile dell’italia e dei Marò, che è quello del giudice naturale in un giusto processo. 

Lo stesso ragionamento vale per l’immunità funzionale, rispettata e codificata da tutti i paesi democratici del mondo, secondo la quale un soldato in missione comandata non è responsabile verso terzi del suo comportamento, ma solo verso le autorità che lo hanno designato ed autorizzato alla missione (Caso Cermis, ad esempio). In altri termini, per l’uccisione dei due pescatori, qualora accertata la responsabilità dei Marò con una inchiesta trasparente per gli indiani, ma condotta dall’Italia, l’India avrebbe potuto avanzare rivendicazioni verso il governo italiano, non sequestrare, detenere e poi processare i Marò. Un processo che sarà illegale e privo di alcuna garanzia di imparzialità per l’incapacità e l’arrendevolezza del governo italiano, della quale ovviamente de Mistura ha evitato di parlare.

De Mistura ha dichiarato di avere chiesto alla NIA-National Investigation Agency dell’India, che si occupa solo di fatti di terrorismo e che è stata designata a rifare le indagini ed a chiudere un’istruttoria sul caso dalla Corte Suprema dopo che questa aveva avocato a sè l’inchiesta sottraendola allo stato del Kerala, di procedere ad indagini suppletive che permettessero di chiarire effettivamente fatti e dinamiche di quanto attribuito ai Marò. Su questo punto il Commissario non ha fornito alcuna delucidazione, nè ha riferito di risultati ottenuti. Anzi, ha descritto una situazione in cui l’iniziativa italiana è stata a dir poco autolesionistica e controproducente, con la NIA che ha preso in giro i Marò e l’Italia intera. Infatti, dopo aver fatte proprie tutte le conclusioni lacunose, contraddittorie ed incongruenti che secondo la polizia del Kerala inchioderebbero i Marò, cioè dopo NON aver rifatto le indagini, per dare un contentino agli italiani e simulare un suo diretto ed originale coinvolgimento nella fase inquirente, la NIA ha pensato di pretendere di riascoltare le testimonianze degli altri quattro Marò che erano sulla nave Enrica Lexie con gli accusati Latorre e Girone. 

Va segnalato che i quattro Marò in questione sono stati trattenuti per due mesi sulla Lexie ancorata nel porto di Kochi e ripetutamente interrogati dalla locale polizia, per cui le loro deposizioni circostanziate erano già agli atti. Evidente la pretestuosità della richiesta indiana. Inizialmente, de Mistura ed il governo italiano nulla hanno avuto da ridire su questa mossa perfida della NIA, solo mirata a metterci in difficoltà ed a guadagnare tempo con una richiesta alla quale era scontato ci saremmo rifiutati di accondiscendere. Intanto, si erano già persi oltre due mesi per tradurre in inglese e hindi tutte le carte processuali scritte in italiano, malayalam e tamil. Con questa sua nuova pretesa la NIA ne ha fatti perdere, come ammesso da de Mistura, altri quattro per un’audizione (de Mistura ha tenuto a precisare che non era un interrogatorio) inutile che alla fine si è svolta in videoconferenza con i quattro Marò presso l’ambasciata indiana di Roma. 

Il Commissario ha menato vanto almeno tre volte durante la sua audizione di essersi strenuamente opposti, lui e l’Italia, all’invio dei Marò in India per deporre. In effetti la NIA voleva solo guadagnare tempo, perchè più questa storia dura, più la NIA ritiene di dare dimostrazione di capacità ed autorevolezza gestendo un caso “difficile e complicato, dai mille risvolti giuridici, politici e diplomatici” e con ciò acquisire meriti e credibilità in India. In tutto questo, de Mistura è stato persino ingenuo e sprovveduto quando ha attribuito ad un documento sottoscritto un 2 di maggio non meglio specificato e non si sa bene da chi da parte italiana, col quale l’italia si impegnava a rendere disponibili in India, in fase istruttoria e per l’intera durata del processo, i testi che avevano assistito all’incidente, cioè quelli che erano a bordo della Lexie.

Qui il Commissario è incorso in un errore grossolano ed ha preso una enorme cantonata. Contestualmente all’emissione dell’ordine di custodia cautelativa di Latorre e Girone, il tribunale keralese dispose altresì il sequestro della Enrica Lexie e l’obbligo di rimanere a bordo per tutti i membri dell’equipaggio, inclusa una decina di marinai di nazionalità indiana. Dopo qualche tempo, la società armatrice della Lexie, la F.lli D’Amato di Napoli, cominciò dapprima a sondare il terreno sul come ottenere il dissequestro della nave, procedendo poi ad intavolare una trattativa vera e propria con le autorità del Kerala. Alla fine, dopo un paio di mesi, ottenne il via libera della Lexie che potè salpare da Kochi alla volta dell’Italia. Tra le condizioni poste all’armatore per il dissequestro, si seppe DOPO che c’era anche quella di impegnarsi, in caso di necessità per le indagini ed il processo, ad inviare in India tutti i propri dipendenti la cui ulteriore testimonianza fosse stata ritenuta necessaria. 

Ovviamente i Marò non sono dipendenti della F.lli D’Amato, ma del Ministero della Difesa e la loro presenza a bordo era contemplata in base ad un contratto di tipo privato sottoscritto tra Marina Militare e società armatrice per la resa del servizio di scorta armata, previsto da apposita legge varata in Italia nel 2011 che faceva proprie le raccomandazioni di cui a due Risoluzioni dell’ONU approvate lo stesso anno in tema di contrasto alla pirateria. Pertanto, affermare che l’Italia aveva l’obbligo di mandare i quattro marò in India è FALSO.

Nel suo scialbo e burocratico intervento, de Mistura ha accennato ad iniziative costanti prese in ambito internazionale per perorare la causa dei Marò e sollecitare interventi esterni in questa direzione. A tale proposito ha solo potuto riferire di un colloquio della Bonino col premier indiano Singh incontrato per caso, dell’intervento del dr. Perugini all’ASEM in cui, oltre a tante altre cose, ha fatto anche un accenno ai Marò, ma non per denunciarne la detenzione, ma solo per affermare laconicamente che in tema di azioni antipirateria occorrerebbe meglio specificare procedure e responsabilità. Tutto qui. Eppure di carne al fuoco se ne potrebbe mettere parecchia. L’india si è arrogata il diritto di processare i Marò, ed è una illegalità che si può denunciare non prendendo il the con qualche funzionario indiano, ma procedendo con fermezza nelle più appropriate sedi internazionali. 

Potendo vantare dei precedenti nella soluzione di contenziosi anche in ambito di diritto marittimo tra stati membri, la sede più opportuna di tutte sembra il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Poi ci sono svariati tribunali internazionali, sedi di arbitrato, la NATO, la quale se investita del problema non avrebbe potuto rimanere inerme ed insensibile di fronte all’aggressione militare – come l’arresto dei due Marò si configura – patita da uno stato membro dell’alleanza. Poi ancora il G20, l’OCSE e così via. Nessuna iniziativa di questo ordine è stata elencata da de Mistura, che ha solo di sporadici ed occasionali incontri negli intervalli di riunioni internazionali con questo e con quello durante le pause-caffè, mai nessun fatto concreto e determinato. Addirittura ci risulta che la Bonino avrebbe declinato l’offerta di Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, che si era offerto di interporre i suoi buoni uffici per risolvere il contenzioso tra Italia ed India.

E’ questo profilo di fari spenti e di ammiccamenti sotto traccia ad aver incancrenito la situazione sino a cederne il pieno controllo agli indiani. L’impressione offerta da de Mistura è che si sia pensato di poter sistemare tutto in via bonaria, e che quando ci si è accorti che la situazione era sfuggita di mano e di essere completamente alla mercè degli indiani si sia voluto, ma soprattutto sia sia dovuto per ragioni di opportunità, evitare di contrariarli e di indispettirli, visto che ormai è solo da loro che dipendono le sorti dei Marò, per cui è ovvio che è meglio evitare di farli incattivire. Invece di pretendere il rispetto dei nostri diritti, e di quelli dei Marò, abbiamo deciso di rimetterci alla clemenza della Corte. Questa è l’amara sostanza che traspare dall’intervento di de Mistura, il quale non ha neanche accennato a punti cardini della vicenda, sui quali si può costruire un solido castello difensivo per scagionare completamente i Marò: la non corrispondenza degli orari della sparatoria, i pescatori a caldo dichiararono che avvenne alle 21.30 mentre il contatto tra Lexie e pirati è dimostrato che avvenne alle 16.30; il peschereccio che non corrisponde per sagoma e colore a quello descritto dai Marò appena dopo il contatto e prima che il St Antony fosse mitragliato; l’incongruenza sul calibro dei proiettili tra quanto dichiarato dall’anatomopatologo che per primo eseguì l’autopsia sulle vittime – un vero esperto in materia per le decine di perizie effettuate su pescatori uccisi da pirati o vedette costiere dello Sri Lanka, stato contro il quale l’India conduce una guerra non dichiarata – e quanto invece poi riferito dai rapporti necroscopici manipolati e corretti a mano dalla polizia del Kerala; la colpevole distruzione del relitto del St Antony, ovvero della scena del presunto crimine che non potrà più permettere di eseguire perizie balistiche, ma che al rientro in porto dopo la mortale sparatoria presentava stranamente tutti i vetri intatti. 

Di questi fatti fondamentali de Mistura non fa menzione per la semplice ragione che non li ha mai sollevati nei suoi incontri con gli indiani. Tutto quanto ottenuto in due anni di negoziati sono i domiciliari presso l’ambasciata italiana per i due Marò; la chiusura di una inchiesta assolutamente inattendibile e polarizzata che gli indiani avevano minacciato di potere trascinare per le lunghe; di far fare una inutile deposizione di quattro Marò in Italia, anzichè in India; un giudice monocratico, senza sapere che tutti i giudici della NIA in pratica sono monocratici, visto che si occupano solo di terrorismo.

Circa gli sviluppi futuri della vicenda giudiziaria de Mistura è stato reticente in merito ai capi d’accusa, il che fa presagire il peggio, nè ha saputo fornire una qualche indicazione circa la durata del processo. Infine nulla ha detto in merito alla possibilità che i Marò, essendo processati nell’ambito della legislazione SUA 2002 – per questo hanno scelto la NIA, cioè l’agenzia antiterrorismo – sono passibili di pena di morte mediante impiccagione se non riconosciuti innocenti, senza vie di mezzo. Questo pericolo esiste ed è reale nonostante una dichiarazione verbale di alcuni membri del governo indiano circa il fatto che nella fattispecie ai Marò non sarà applicabile la pena capitale.

A questo proposito, de Mistura ha mancato una irripetibile occasione per denunciare di fronte alle Commissioni riunite, in pratica di fronte al Parlamento, l’illegalità anticostituzionale della decisione (di Monti) di rispedire in India i Marò quando erano venuti in Italia per votare. C’è una sentenza della Consulta (sentenza no. 223 del 27 giugno 1996) in cui si è ritenuta insufficiente la semplice garanzia formale della non applicazione della pena di morte per concedere l’estradizione, atto cui si conforma il “rinvio” dei Marò in India. Ma c’è di più, perchè la Corte Costituzionale, che più nello specifico si è espressa attraverso la Sezione VI (Sentenza n. 45253 del 22 nov. 2005, Cc. Dep. Il 13 dic. 2005, Rv, 232633 ) e da ultimo con quanto sentenziato dalla Sez. VI il 10 ottobre 2008 n. 40283, dep. 28 ottobre 2008 ha tra l’altro affermato che “ai fini della pronuncia favorevole all’estradizione, è richiesta documentata sussistenza e la valutazione di gravi indizi”. 

A tutt’oggi nessuna prova è stata prodotta per sostenere l’accusa nei confronti dei Marò, nè sussistono gravi e comprovati indizi di coinvolgimento a qualsiasi titolo nei fatti loro contestati dalla polizia indiana. Sarebbe bastato che un qualsiasi pm avesse spiccato un ordine di cattura nei confronti di Latorre e Girone, notoriamente accusati di omicidio, per trattenerli in Italia, facendo scivolare il contenzioso nei tribunali. Invece, violando la Carta Costituzionale, abbiamo estradato due non-colpevoli in un Paese dove si applica la pena di morte, cosa che evitiamo di fare persino per i più efferati e sanguinari terroristi dei quali si sia accertata la colpevolezza. Forse il buon de Mistura avrebbe potuto trovare un modo migliore per passare la mattinata che non riferire al Senato di una vicenda che, se non coinvolgesse la vita di due nostri valorosi soldati, meriterebbe solo di essere coperta dal più pietoso dei veli e di affondare nel silenzio. 

Fonte:  http://www.qelsi.it/


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