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lunedì 8 settembre 2014
I Nemici dei #Marò: I media italiani, subiscono la stampa indiana.
Secondo il giornale "Hinduistan Times", i due fucilieri "spinsero il capitano a inviare un rapporto in cui si sosteneva che i pescatori erano armati e che questo fu alla base della decisione di sparare". L'email, prosegue l'"Hindustan Times" fu mandata dal capitano della Lexie a un'organizzazione per la sicurezza marittima perché fosse, a sua volta, girata all'Organizzazione marittima internazionale, l'agenzia Onu che si occupa di sicurezza sui mari. Secondo la stampa locale, tutti i pescatori fermati non erano armati al momento dell'incidente (http://www.tgcom24.mediaset.it/).
Ma i nostri Editori locali e i vari Direttori dei Tg, non pensano ad altro che ad alimentare il dubbio degli italiani, pubblicando la notizia indiana senza commentare e senza, per esempio, mostrare questo Video eloquente. Troppo occupati a Garlasco???
https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=qD6a1BYFExI
#Maro in India: "Internazionalizzazione della vicenda capitolo chiuso"
Se
la Corte Suprema concederà l'autorizzazione al rientro in Italia di
Massimiliano Latorre per ragioni umanitarie il governo indiano non si
opporrà. Lo ha dichiarato a New Delhi il ministro degli Esteri Sushma
Swaraj che poi però ha aggiunto: "La questione non può essere affrontata
con un dialogo diplomatico essendo all'esame della giustizia". Swaraj ha spiegato che "Si deve andare attraverso il
processo giudiziario e che quindi non si può risolvere con il dialogo
fra governi" (http://www.rainews.it/)
Ecco chiara e limpida la posizione del Governo Indiano che mette a tacere, una volta per tutte, le dichiarazioni del nostro Premier Matteo Renzi e dei suoi abdetti, Mogherini e Pinotti, circa il dialogo in corso tra i due Governi.
Aspettiamoci ora, altre dichiarazioni. Magari potrebbero rassicurare gli italiani, dicendoci "che la vicenda dei marò è la priorità del Governo".....
Se
la Corte Suprema concederà l'autorizzazione al rientro in Italia di
Massimiliano Latorre per ragioni umanitarie il governo indiano non si
opporrà. Lo ha dichiarato a New Delhi il ministro degli Esteri Sushma
Swaraj che poi però ha aggiunto: "La questione non può essere affrontata
con un dialogo diplomatico essendo all'esame
della giustizia". Swaraj ha spiegato che "Si deve andare attraverso il processo giudiziario e che quindi non si può risolvere con il dialogo fra governi". - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-governo-indiano-Non-ci-opporremo-al-rientro-di-Latorre-506f7136-fbfd-42e5-91d1-2acbab2df13f.html?refresh_ce#sthash.ikN6K102.dpuf
della giustizia". Swaraj ha spiegato che "Si deve andare attraverso il processo giudiziario e che quindi non si può risolvere con il dialogo fra governi". - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-governo-indiano-Non-ci-opporremo-al-rientro-di-Latorre-506f7136-fbfd-42e5-91d1-2acbab2df13f.html?refresh_ce#sthash.ikN6K102.dpuf
domenica 7 settembre 2014
«Latorre rientri in Italia per curarsi» Ricorso alla Corte suprema indiana
L’asimmetria piomba nel caso dei
marò. Non è detto porti buon vento. L’altro ieri, i legali dei due
fucilieri di Marina trattenuti a Delhi, hanno presentato un ricorso, che
sarà avanzato lunedì alla Corte suprema indiana, per far rientrare in
Italia Massimiliano Latorre, colpito il 1° settembre da un’ischemia (e
in via di progressivo miglioramento, secondo fonti ufficiali).
La
ragione della richiesta sta nelle sue condizioni di salute: non che sia
stato curato male nella capitale indiana; anzi, il ministro Roberta
Pinotti ha assicurato che l’intervento dei medici è stato ottimo e
tempestivo; piuttosto, perché il recupero da un’ischemia consiglia un
ambiente disteso, non stressante, diverso dalle condizioni di
semidetenzione — nell’ambasciata italiana ma con il divieto di lasciare
Delhi — in cui si troverebbe Latorre una volta dimesso dall’ospedale
(forse già oggi). La richiesta sarà avanzata a nome del fuciliere, non
dello Stato italiano che non ha titolo per farlo. Si tratta però di un
passaggio che rende ancora più complessa la situazione diplomatica e
giudiziaria. Da una parte, ovviamente, è sperabile che la Corte suprema
accetti il ricorso e consenta a Latorre di recuperare forze e tempra a
casa propria. In quel caso, però, per il governo italiano si aprirebbe
la questione dell’affidavit.
L’Alta corte indiana, infatti, se decidesse
di accettare la richiesta del marò vorrebbe garanzie, con ogni
probabilità l’assicurazione (confermata dalle autorità italiane) che
dopo un certo periodo di tempo (si possono immaginare tre mesi) egli
torni in India. A quel punto, il governo italiano rischierebbe due
inferni. Da una parte, ci sarebbero pressioni interne fortissime per
trattenerlo definitivamente in Italia.
Dall’altra, si aprirebbe la
questione del rapporto con l’India, rispetto alla quale non solo la
regola diplomatica vuole che un impegno preso sia rispettato ma la quale
tratterrebbe sul suo territorio l’altro marò, Salvatore Girone: l’India
è una democrazia e non lo tratterebbe da ostaggio; ma difficilmente
userebbe i guanti bianchi. Certo, in tre mesi si può sperare che
l’intera vicenda finisca. Ma l’esperienza fa dire che non è affatto
detto. Insomma, un’ulteriore complicazione. Va però notato che, sul
piano della dinamica introdotta dal malore di Latorre, l’intero caso
sembra riprendere importanza anche in India e accelerare: alcuni
funzionari del governo di Delhi sarebbero stati in ospedale a salutare
il marò, un segno di attenzione non scontato.
La nuova dimensione presa
dalla vicenda, cioè i riflessi sulla salute dei due militari — in India
da più di due anni e mezzo — potrebbe inoltre spingere il primo ministro
Narendra Modi a rompere gli indugi e a spingere per una soluzione del
caso in tempi ragionevoli, non fosse altro che per togliersi una
distrazione e un potenziale imbarazzo internazionale. Dalla risposta che
darà la Corte suprema alla richiesta che sarà formalizzata lunedì si
potrà forse capire se il clima è in qualche misura cambiato. La
decisione dei giudici, tra l’altro, difficilmente ci sarà subito: a
Delhi qualcuno ipotizza che prima di esprimersi la Corte voglia sentire,
in via informale, l’orientamento delle autorità politiche. Si
avvicinano, insomma, giornate importanti: fondamentale che Roma non
tolga lo sguardo dall’obiettivo. Le novità di questa settimana, infatti,
hanno in parte cambiato i termini della situazione dei due marò e il
ritorno in Italia di Latorre potrebbe cambiarli ulteriormente.
L’ipotesi
di avanzare un ricorso a un arbitrato internazionale e di chiedere
d’urgenza lo spostamento dei due militari in un Paese terzo in attesa
del processo è una carta che potrebbe dovere essere giocata d’urgenza.
Se la Corte suprema respingesse la richiesta di Latorre ci sarebbe
un’argomentazione in più per avanzarla. Ma se anche venisse accettata, i
motivi per chiedere a un giudice internazionale che anche a Girone
venga concesso di lasciare l’India rimarrebbero in essere, rafforzati
anzi dall’implicita ammissione della Corte suprema dello stress che
comporta tenere in semicattività e nell’incertezza quotidiana una
persona. Argomenti per il governo di Roma, per il team legale italiano
guidato a Sir Daniel Bethlehem ma anche per Delhi, la quale rischia di
passare in breve da una posizione di forza a una difficilmente
difendibile.
Fonte: http://mentiinformatiche.com/
Marò in India: Renzi «svende» l’acciaio a Delhi
Mentre i due marò restano in carcere senza che sia loro garantito il
diritto a un regolare processo, gli indiani con i portafogli gonfi
continuano a scorrazzare in lungo e in largo nel nostro Paese in cerca
di aziende strategiche da comprare a prezzi di saldo.
È il caso
dell’acciaio, che rappresenta nonostante gli alti costi di produzione,
un comparto strategico per un paese manifatturiero, entrato nelle mire
del gruppo indiano JSW Steel guidato da Sajian Jindal. Che ieri ha
incontrato il presidente della Toscana, Enrico Rossi, per parlare della
possibile acquisizione dello stabilimento siderurgico di Piombino. Prima
Jindal aveva incontrato il premier Matteo Renzi in prefettura, sempre a
Firenze. Porte aperte agli indiani dal governo dunque, lo stesso che
non riesce a riportare indietro i suoi militari.
«La speranza per
Piombino si riaccende- ha riferito Rossi dopo l'incontro- grazie
all'impegno e alla disponibilità dell'imprenditore ma anche delle
istituzioni, disposte a fare la loro parte e offrire l’aiuto chiesto,
onorando l’accordo di programma per Piombino firmato ad aprile su cui
solo la Regione ha messo da sola 70 milioni, 60 per l’area a caldo».
Rossi ammette che non mancheranno discussioni: «Siamo solo all'inizio,
il lavoro da fare non mancherà- ha aggiunto- Ma dalla fase di studio
siamo passati a quella dell'impegno». L’altoforno di Piombino era stato
spento perché non più produttivo e finora, nel corso della trattativa
con il commissario liquidatore, di continuare a produrre acciaio a
Piombino gli indiani non avevano parlato.
«E il merito, lasciatemelo
dire, penso che sia anche di istituzioni che si fanno portavoce di
politiche keynesiane, quelle dove lo Stato è un po’ imprenditore»,
chiosa Rossi al termine dell'incontro con i giornalisti, ringraziando il
premier Renzi e il governo per il loro impegno. L'imprenditore indiano,
riferisce il presidente della Toscana, «si è dichiarato disponibile a
studiare l'impiego di parte delle maestranze della ex Lucchini per la
«ripulitur» del sito, come già avevano chiesto i sindacati. Gli ho
proposto di incontrare i lavoratori e, una volta concluso l’accordo,
anche su questo si è dichiarato disponibile». Gli stessi indiani guidati
da Jindal hanno messo gli occhi anche sull’Ilva di Taranto. I suoi
tecnici avranno accesso ai dati di Taranto, con la cosiddetta due
diligence, in vista di una possibile acquisizione. Morale: per gli
affari il governo si mobilita, i marò possono attendere.
Fonte: http://www.iltempo.it/
venerdì 5 settembre 2014
Maro’ soap: l’Italia dice no a nuove missioni antipirateria.
Come nelle migliori soap, anche quella che ha per protagonisti involontari, i marò non giunge mai ad un finale.
925 puntate scandite da altrettanti lunghi giorni, saltare un appuntamento è possibile, senza perdere parti dell’intreccio narrativo, tanto ogni giorno è uguale all’altro, la regia non ha poi tanta fantasia.
Sempre più delusi dall’atteggiamento dei
nostri amministratori, assistiamo, nella terra dei Fucilieri di Marina,
di stanza a Brindisi ma trattenuti in India, ad un matrimonio Indù;
sembra una beffa, uno schiaffo, uno scherzo eppure Bollywood si è
trasferita proprio in Puglia, per un fuori programma che suscita
indignazione è costringe, suo malgrado, il Cocer Interforze ad inviare
un mazzo di rose agli sposi, per tentare un approccio benevolo con i
potenti dell’India.
Tutto questo mentre il nostro
Massimiliano Latorre, è in cura in un ospedale di New Delhi, a seguito
di un attacco ischemico, per non aver retto probabilmente allo stress,
alle emozioni ma sopratutto al nulla di fatto.
La Mogherini preme, la Pinotti vola in
India, e Giulia, figlia di Massimiliano, si indigna più che mai,
spronando, col vigore dei suoi vent’anni, un Italia che nulla fa più che
sprecare parole di circostanza.
E poi, non manca l’anatema di un Don
Giorgio, che sulla sua pagina Facebook, si dichiara annoiato ed irritato
e paragona Massimiliano ad un extracomunitario in India,
invitando Giulia “ad implorare la clemenza della giustizia Indiana”,
suscitando le ire di credenti e non credenti, ma sopratutto degli
Italiani che sostengono Giulia ed il suo papà. Un papà che non era li in
gita di piacere e che ad onor del vero non ha neanche, fino a prova
contraria, ucciso nessuno.
Per le prossime puntate ci aspettiamo un
Governo Italiano finalmente capace di farsi ascoltare e determinato nel
pretendere Massimiliano e Salvatore finalmente a casa.
di Roberta De Luca
Fonte: http://www.iniurevir.it/
I nemici dei Marò: Ecco i complici italiani dei carcerieri dei marò
In quasi mille giorni di processi in violazione del diritto, ben tre governi hanno fallito nella missione di riportare a casa i due fucilieri di Marina. Tutte le responsabilità.
Una
vera e propria odissea. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono
prigionieri dell'India da oltre trenta mesi, quasi mille giorni di
processi senza fine, rinvii, ricorsi, trasferimenti, ricoveri.
Un'interminabile attesa. Di che cosa? Del verdetto di una corte indiana
che non è legittimata a giudicare i nostri militari, a prescindere dalle
loro azioni.
Ma è proprio l'impossibilità di arrivare a una sentenza che
rende questa vicenda drammatica. Per i due marò, per le loro famiglie,
per la dignità del nostro Paese.
È stata una Caporetto sotto tutti gli aspetti: politici, diplomatici,
d'immagine. L'Italia ne esce con le ossa rotte e una credibilità
internazionale finita sotto i tacchi. Ma i responsabili di questa farsa
mondiale hanno un nome e un cognome e possiamo definirli, senza alcuna
remora, complici dell'India.
A cominciare dal non rimpianto premier Mario Monti.
Lui non è solo colpevole, ma agì contro gli interessi nazionali tenendo
una condotta a dir poco criminale. Monti e il suo governo cercarono di
risolvere la crisi con l'India a tarallucci e vino. Neppure per un
momento, nonostante furono sollecitati da più parti, misero in agenda il
ricorso all'arbitrato internazionale, visto che l'India non ha
giurisdizione fuori dalle proprie acque territoriali, dove avvenne
l'incidente in cui morirono due pescatori indiani. Neppure dopo gli
schiaffi ricevuti come risposta da New Delhi cambiò l'atteggiamento di
Monti, che superò se stesso il 23 febbraio 2013, quando Latorre e Girone
rientrarono in Italia per votare con il permesso dei giudici indiani.
L'indimenticabile premier si precipitò all'aeroporto ad accoglierli,
pensando bene di sfruttare l'occasione mediatica per racimolare consensi
elettorali. Pochi giorni dopo, l'11 marzo, il professore si trasformò
in leone e, grazie all'operazione congegnata dall'allora ministro degli
Esteri Giulio Terzi , dichiarò urbi et orbi che i due marò dovevano
restare in Italia. L'India è beffata, pensarono tutti. Ma non fecero i
conti con il vero Monti, un quaquaraquà senza pari, che calò le braghe
quando gli indiani cominciarono a strillare e presero in ostaggio il
nostro ambasciatore a New Delhi (amico stretto, guarda caso, del suo
ministro Corrado Passera). Un'altra, gravissima violazione del diritto. E non sarà l'ultima.
Il governo Monti come reagì? Coinvolse l'Onu, l'Europa, le corti
internazionali competenti? Macché. Da vero criminale, non esiste altra
maniera per definirlo, rispedì in India i due marò, facendo rischiare
loro la pena di morte poiché i giudici indiani, per aggirare le norme
internazionali, inventarono l'accusa di terrorismo per avere il diritto
di processarli.
Nel piano diabolico Monti fu appoggiato (e forse anche ispirato) dal
ministro dello Sviluppo Passera che, assieme a quello della Difesa Giampaolo di Paola,
in una riunione governativa ristretta presero la decisione fatale sui
marò. Il responsabile degli Esteri, Giulio Terzi, che fino allora aveva
seguito la linea montiana, non ne volle sapere della porcata e rassegnò
le dimissioni. Memorabile la seduta in Parlamento in cui Terzi lasciò
l'incarico senza indugi e il collega Di Paola, ammiraglio che aveva da
poco tolto la divisa per la politica, con palese imbarazzo annunciò che
era giusto abbandonare i militari al loro destino. Nobile figura per un
ex comandante della Marina.
Ma non dimentichiamo Passera che, nonostante il suo dicastero non
avesse competenze dirette nella vicenda, fu il più attivo nello spingere
il governo a prendere quella scelta scellerata. Quali interessi si
celavano dietro il suo pressante intervento? Non lo sappiamo, le voci in
circolazione erano tante. Una cosa è sicura: non voleva certo tutelare
Finmeccanica, che perse comunque la commessa da oltre 500 milioni con
l'India.
Le elezioni politiche dell'aprile 2012 seppellirono il ridicolo Monti e compagnia e aprirono la strada al governo di Enrico Letta.
Encomiabile nei propositi. Già all'atto dell'insediamento il neo
premier volle stupire annunciando che il caso marò sarebbe stato «una
priorità» per il suo governo. «Priorità» sarà una cantilena ricorrente,
che rimbalzerà sulle bocche di ministri e premier fino ai giorni
attuali.
Ma in concreto, neppure Letta con i ministri della Difesa Mario Mauro e degli Esteri Emma Bonino
spostarono avanti di un millimetro la questione marò. Certo, è stato un
esecutivo con la vita breve (otto mesi), sgambettato dagli stessi
compagni di partito. Negli ultimi giorni di vita, ci fu un colpo di coda
della Bonino che internazionalizzò il caso, coinvolgendo Unione europea
e Nato e aprendo la strada all'arbitrato internazionale. Troppo poco e
troppo tardi.
Il 22 febbraio 2014 arriva il rottamatore Matteo Renzi che sfratta
tutti e inaugura la strategia degli annunci. E sono già trascorsi due
anni. Latorre e Girone sono sempre alla mercé di una giustizia lenta e
che vìola le più elementari norme del diritto. «Riportare a casa i marò è
una priorità», continuano a ripetere i ministri degli Esteri Federica Mogherini (ora salita al sacro soglio di responsabile europeo della politica estera) e della Difesa Roberta Pinotti. Il mantra però non sortisce più effetti. Sono solo chiacchiere.
Ma qualcosa cambia. Sì, in peggio. La scorsa primavera il voto
indiano ha portato al governo un'altra maggioranza politica e un primo
ministro nazionalista indù. E che cosa tirano fuori dal cilindro i
nostri rappresentanti al governo? La trattativa. Ora è più facile
negoziare con New Delhi, dicono convinti. Quindi Renzi e compagnia
cantante pensano bene di fermare la richiesta di arbitrato
internazionale. Ma «resta pronta», ci tiene a dire la Mogherini, anche
se «stiamo lavorando per riaprire canali di dialogo col nuovo governo
indiano». Perché questo cambio di strategia?
Lady Pesc Mogherini sostiene che per l'arbitrato servono tempi
lunghi, mentre la «priorità» è riportare i marò a casa presto. Balle, le
stesse che ripetono da due anni e mezzo. Se la fa sotto anche questo
governo. Che, oltre all'arbitrato, avrebbe un jolly nel suo mazzo:
l'accordo di libero scambio tra Ue e India. Basta che l'Italia ponga il
veto e salta tutto. Potrebbe essere più che sufficiente per un accordo
di libero scambio con i marò. Ma non lo faranno: bisogna avere gli
attributi per contare qualcosa e il nostro Paese in questa vicenda non
li ha avuti. Né mai li avrà. E la lista dei complici italiani dell'India
si allungherà. Che schifo.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/
Una
vera e propria odissea. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono
prigionieri dell'India da oltre trenta mesi, quasi mille giorni di
processi senza fine, rinvii, ricorsi, trasferimenti, ricoveri.
Un'interminabile attesa. Di che cosa? Del verdetto di una corte indiana
che non è legittimata a giudicare i nostri militari, a prescindere dalle
loro azioni.
Ma è proprio l'impossibilità di arrivare a una sentenza che
rende questa vicenda drammatica. Per i due marò, per le loro famiglie,
per la dignità del nostro Paese.
È stata una Caporetto sotto tutti gli aspetti: politici, diplomatici,
d'immagine. L'Italia ne esce con le ossa rotte e una credibilità
internazionale finita sotto i tacchi. Ma i responsabili di questa farsa
mondiale hanno un nome e un cognome e possiamo definirli, senza alcuna
remora, complici dell'India.
A cominciare dal non rimpianto premier Mario Monti.
Lui non è solo colpevole, ma agì contro gli interessi nazionali tenendo
una condotta a dir poco criminale. Monti e il suo governo cercarono di
risolvere la crisi con l'India a tarallucci e vino. Neppure per un
momento, nonostante furono sollecitati da più parti, misero in agenda il
ricorso all'arbitrato internazionale, visto che l'India non ha
giurisdizione fuori dalle proprie acque territoriali, dove avvenne
l'incidente in cui morirono due pescatori indiani. Neppure dopo gli
schiaffi ricevuti come risposta da New Delhi cambiò l'atteggiamento di
Monti, che superò se stesso il 23 febbraio 2013, quando Latorre e Girone
rientrarono in Italia per votare con il permesso dei giudici indiani.
L'indimenticabile premier si precipitò all'aeroporto ad accoglierli,
pensando bene di sfruttare l'occasione mediatica per racimolare consensi
elettorali. Pochi giorni dopo, l'11 marzo, il professore si trasformò
in leone e, grazie all'operazione congegnata dall'allora ministro degli
Esteri Giulio Terzi , dichiarò urbi et orbi che i due marò dovevano
restare in Italia. L'India è beffata, pensarono tutti. Ma non fecero i
conti con il vero Monti, un quaquaraquà senza pari, che calò le braghe
quando gli indiani cominciarono a strillare e presero in ostaggio il
nostro ambasciatore a New Delhi (amico stretto, guarda caso, del suo
ministro Corrado Passera). Un'altra, gravissima violazione del diritto. E non sarà l'ultima.
Il governo Monti come reagì? Coinvolse l'Onu, l'Europa, le corti
internazionali competenti? Macché. Da vero criminale, non esiste altra
maniera per definirlo, rispedì in India i due marò, facendo rischiare
loro la pena di morte poiché i giudici indiani, per aggirare le norme
internazionali, inventarono l'accusa di terrorismo per avere il diritto
di processarli.
Nel piano diabolico Monti fu appoggiato (e forse anche ispirato) dal
ministro dello Sviluppo Passera che, assieme a quello della Difesa Giampaolo di Paola,
in una riunione governativa ristretta presero la decisione fatale sui
marò. Il responsabile degli Esteri, Giulio Terzi, che fino allora aveva
seguito la linea montiana, non ne volle sapere della porcata e rassegnò
le dimissioni. Memorabile la seduta in Parlamento in cui Terzi lasciò
l'incarico senza indugi e il collega Di Paola, ammiraglio che aveva da
poco tolto la divisa per la politica, con palese imbarazzo annunciò che
era giusto abbandonare i militari al loro destino. Nobile figura per un
ex comandante della Marina.
Ma non dimentichiamo Passera che, nonostante il suo dicastero non
avesse competenze dirette nella vicenda, fu il più attivo nello spingere
il governo a prendere quella scelta scellerata. Quali interessi si
celavano dietro il suo pressante intervento? Non lo sappiamo, le voci in
circolazione erano tante. Una cosa è sicura: non voleva certo tutelare
Finmeccanica, che perse comunque la commessa da oltre 500 milioni con
l'India.
Le elezioni politiche dell'aprile 2012 seppellirono il ridicolo Monti e compagnia e aprirono la strada al governo di Enrico Letta.
Encomiabile nei propositi. Già all'atto dell'insediamento il neo
premier volle stupire annunciando che il caso marò sarebbe stato «una
priorità» per il suo governo. «Priorità» sarà una cantilena ricorrente,
che rimbalzerà sulle bocche di ministri e premier fino ai giorni
attuali.
Ma in concreto, neppure Letta con i ministri della Difesa Mario Mauro e degli Esteri Emma Bonino
spostarono avanti di un millimetro la questione marò. Certo, è stato un
esecutivo con la vita breve (otto mesi), sgambettato dagli stessi
compagni di partito. Negli ultimi giorni di vita, ci fu un colpo di coda
della Bonino che internazionalizzò il caso, coinvolgendo Unione europea
e Nato e aprendo la strada all'arbitrato internazionale. Troppo poco e
troppo tardi.
Il 22 febbraio 2014 arriva il rottamatore Matteo Renzi che sfratta
tutti e inaugura la strategia degli annunci. E sono già trascorsi due
anni. Latorre e Girone sono sempre alla mercé di una giustizia lenta e
che vìola le più elementari norme del diritto. «Riportare a casa i marò è
una priorità», continuano a ripetere i ministri degli Esteri Federica Mogherini (ora salita al sacro soglio di responsabile europeo della politica estera) e della Difesa Roberta Pinotti. Il mantra però non sortisce più effetti. Sono solo chiacchiere.
Ma qualcosa cambia. Sì, in peggio. La scorsa primavera il voto
indiano ha portato al governo un'altra maggioranza politica e un primo
ministro nazionalista indù. E che cosa tirano fuori dal cilindro i
nostri rappresentanti al governo? La trattativa. Ora è più facile
negoziare con New Delhi, dicono convinti. Quindi Renzi e compagnia
cantante pensano bene di fermare la richiesta di arbitrato
internazionale. Ma «resta pronta», ci tiene a dire la Mogherini, anche
se «stiamo lavorando per riaprire canali di dialogo col nuovo governo
indiano». Perché questo cambio di strategia?
Lady Pesc Mogherini sostiene che per l'arbitrato servono tempi
lunghi, mentre la «priorità» è riportare i marò a casa presto. Balle, le
stesse che ripetono da due anni e mezzo. Se la fa sotto anche questo
governo. Che, oltre all'arbitrato, avrebbe un jolly nel suo mazzo:
l'accordo di libero scambio tra Ue e India. Basta che l'Italia ponga il
veto e salta tutto. Potrebbe essere più che sufficiente per un accordo
di libero scambio con i marò. Ma non lo faranno: bisogna avere gli
attributi per contare qualcosa e il nostro Paese in questa vicenda non
li ha avuti. Né mai li avrà. E la lista dei complici italiani dell'India
si allungherà. Che schifo.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/
i nemici dei marò: Corrado Passera
I nemici dei #marò parte 4, Corrado Passera !
Tutti i nemici dei marò: Corrado Passera
Il tradimento si ,quello si può rinnegare,da ricordare che la decisione di non farli rientrare è stata collegiale queste le parole di Giulio Terzi “La decisione di trattenere i Maro' in Italia fu collegiale dell'intero Governo Monti,come risulta dagli atti. Non veniva violato alcun affidavit perche'l'India aveva nel frattempo rifiutato le consultazioni previste dai Trattati internazionali. L'onore dell'Italia e 'il rispetto del Diritto Internazionale. Le strumentalizzazioni a propria difesa nonche' i giudizi personali del dott. Passera sul mio operato da Ministro sono del tutto irrilevanti rispetto a quella che per me sin dal primo giorno e la battaglia d'onore per riportare a casa con onore i nostri Maro'".
MARO'. PASSERA: NON POTEVAMO RINNEGARE LA PAROLA DATA GESTIONE DI TERZI DISASTROSA
Roma, 5 set. - "La gestione dei Maro', soprattutto dal Ministero degli Esteri guidato da Terzi, e' stata disastrosa"
Cosi' Corrado Passera, fondatore di Italia Unita ha risposto all'intervista rilasciata su Libero dall'Ex Ministro degli Esteri Terzi sul caso Maro'.
"Io- prosegue- ho espresso una forte opinione che non c'entra nulla con gli interessi economici". E cioe che "un grande Paese come l'Italia non puo' perdere il valore della sua parola.
Avevamo preso l'impegno di avere i maro' indietro e di farli ritornare in un certo tempo, venir meno a questo impegno avrebbe fatto un danno enorme all'Italia e alla sua credibilita'. Un diplomatico che si reputa tale non deve nemmeno pensare di imbrogliare la comunita' internazionale non rispettando la parola data".
(DIRE)
Cosi' Corrado Passera, fondatore di Italia Unita ha risposto all'intervista rilasciata su Libero dall'Ex Ministro degli Esteri Terzi sul caso Maro'.
"Io- prosegue- ho espresso una forte opinione che non c'entra nulla con gli interessi economici". E cioe che "un grande Paese come l'Italia non puo' perdere il valore della sua parola.
Avevamo preso l'impegno di avere i maro' indietro e di farli ritornare in un certo tempo, venir meno a questo impegno avrebbe fatto un danno enorme all'Italia e alla sua credibilita'. Un diplomatico che si reputa tale non deve nemmeno pensare di imbrogliare la comunita' internazionale non rispettando la parola data".
(DIRE)
Sarebbe interessante scoprire a chi si era data parola,sembra quasi che questa parola data sia riferita a stranieri o a extraterrestri in quanto nulla a che vedere con l'ordinamento italiano ha a che fare,con chi aveva a che fare il burattinaio Passera per convincere Napolitano e Monti ad assecondarlo?
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