martedì 17 giugno 2014

Marò: Chi tace è complice!!!!

L’urlo è da brividi: «Marò Liberi». Il cuore di Roma batte per i due servitori dello Stat che il mondo ci invidia e che questa patria non merita. 

A migliaia ieri hanno sfidato il pomeriggio uggioso eppoi la pioggia scrosciante per onorare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone prigionieri in India da più di due anni. Vecchi soldati, giovani militari, parà, incursori, bersaglieri, poliziotti, glorie dello spettacolo e dello sport, qualche politico, tante mamme e tante mogli dei militari impegnati all’estero rappresentati dalla croce d’argento Luca Barisonzi, l’alpino costretto in carrozzina dalle schegge di una bomba in Afghanistan. E poi tanta gente qualunque arrivata nella Capitale dai paeselli più lontani e nascosti di un Paese che da ventotto mesi si sta facendo ridere dietro pure da quei babbei col turbante ad oggi incapaci di trovare un capo d’imputazione ai loro ostaggi.


Sette mesi dopo aver manifestato sempre a Roma per i marò, la compagna del fuciliere Latorre ha chiesto a Il Tempo un aiuto per suonare nuovamente l’adunata. Per il bis ci siamo messi a disposizione e come ogni giorno, da 8 mesi, abbiamo dato tutto per tenere alta la tensione e soprattutto «l’attenzione» del governo, della politica, e soprattutto dei media paludati che frignano ad ogni violazione dei diritti umani altrui per fregarsene degli abusi che ci feriscono più da vicino.



Come ha urlato al megafono Paola Moschetti Latorre «il vero successo di questa manifestazione è stato quello di fare in modo che per 45 giorni si parlasse in continuazione di questa enorme ingiustizia». Oggi sono 847 giorni che quei due poveracci sono laggiù. Chi tace acconsente alla vergogna.


Fonte: IL TEMPO

lunedì 16 giugno 2014

I nostri due Marò siano riportati subito a casa!!!



Carissimi oggi con voi vorrei ricordare Massimiliano e Salvatore due italiani ingiustamente detenuti in India senza prove concrete e capi di accusa con incertezze di processo, con irregolarità di diritto, con il mancato rispetto verso le forze militari della Nato, con l'approssimazione e l'imprecisione sul diritto internazionale. 

L'India è una grande nazione, ma sta perdendo punti sul suo modo di procedere nel campo del diritto. Vorrei che tutte le forze armate dai militari graduati ai sotto posti riflettessero sul lor servizio a questa Patria che nella classe dirigente attuale e pre attuale non ha avuto punti chiari di certezza, di fermezza, di forza patriottica. 

Il mio non è un appello all'insubordinazione ma a sostenere che l'obbedienza non è più una virtù e che chi ha fatto giurare i militari è il primo a non rispettare tale giuramento. I nostri giornali e i mass Media hanno fatto passare in silenzio nella speranza lo sfogo di Massimiliano e Salvatore il 2 Giugno passasse in secondo ordine. Che senso ha adesso festeggiare una nazionale di calcio e mettere al primo posto il sentirmi italiano solo per il pallone. Che senso ha solo adesso, meglio tardi che mai, comunque, che lanazionale tifi per Massimiliano e Salvatore. 

Sono passati due anni e questi due uomini sono stati privati di libertà, di affetto alle loro famiglie e compagne, privati del loro lavoro effettivo, ripeto senza alcuna certezza di ritorno anzi con la spada di Damocle della pena di morte. Mi stupisco di chi ci governa. Da una parte c'è chi è accusato di fare politica a suon di parolacce e linguaggio violento, ma sento che è ancor più violenza l'essere pieni di se stessi, l'essere tronfi, il battagliare per avere una leadership, il sentirsi i salvatori dell'Italia, l'essere collusi con un sistema bancario, industriale, sindacale che gravita attorno alle lobby e non al bene del nostro paese. Ignorare i due marò significa incominciare a creare davanti al popolo italiano due martiri, due innocenti che per la ragion di stato devono essere sacrificati o sono sacrificabili. 

Carissimi, i nostri governanti non stanno amministrando pensando al popolo; prima c'è la Ragion di Stato e poi la persona e il debole o l'indifeso. Non esiste affatto una democrazia qui in Italia, esiste di certo la legge, il principio, ma la cultura e il pensiero dominanti snobbano i principi etici del cristianesimo. Tali realtà guardano all'altro con spietatezza. Sciocco, ignorante disonesto intellettualmente chi mi svilisce l'etica che nasce dal cristianesimo. Benedetto Croce non lo fece e la garantì pur essendo un filosofo liberale agnostico o ateo. Fino a qui cari Signori ci avete traghettato? Oggi alziamo la testa e indignati chiediamo che i nostri due Marò siano riportati subito a casa!!!

Fonte: https://www.facebook.com/lorenzo.mischiati

Tutti insieme..... nessuno indietro!!!! di Nicola Marenzi

Le emozioni provate da un semplice cittadino italiano, provate durante il corteo a Roma, partito da Piazza Bocca della Verità e terminato in Piazza Farnese. 


Innanzitutto voglio ringraziare i mie Amici di viaggio: gli Alpini Paracadutisti!!! 1001, 1002, 1003, 1004, 1005..... MAI STRAK!!!! Con loro ho trascorso diverse ore in pulman, ma ancora di più in Autogril per...... l'abbeveraggio!!!! Grandi persone che hanno capito che nessuno va lasciato indietro e continuano in ogni loro raduno, a portare il proprio Paracadute con la scritta MARO' LIBERI!!!!


Ho incontrato un sacco di Amici, con la quale si è stati anche svegli fino a notte tarda in questi 28 mesi, per trovare "strategie" per promuovere azioni, atte a mantenere alta l'attenzione per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Ma la cosa che mi ha fatto veramente vergognare di essere Italiano, non è stata l'assenza dei politici, bensì la loro presenza..... quella che ha tracciato il percorso del Corteo Italiano. Da Piazza Bocca della Verità evitando rigorosamente l'Altare della Patria, e facendoci confluire verso Piazza Farnese passando per vicoli stretti e nascosti. Celere (onore a loro, che eseguono comunque degli ordini) dislocata ovunque..... vietando l'accesso degli Italiani all'Altare della Patria e al Campidoglio.





Noi siamo gente che non vuole la violenza, saranno i nostri Esposti e le nostre Denunce che daranno Giustizia, Libertà e Verità a Max e Salvo e a chi ancora crede in questi Valori.


La presenza di Luca Barisonzi è una delle testimonianze significative della giornata. Grazie Luca per esserci e per stare con noi a lottare. Il tuo sorriso ci da la forza e la motivazione per continuare a lottare e per stare uniti, ma soprattutto il tuo messaggio di speranza per tutti “Ho voglia di tornare a confrontarmi con i miei limiti per dimostrare che anche chi è costretto su una sedia a rotelle può andare oltre, lanciando un messaggio a tutti i disabili e in generale alle persone che si fermano davanti ad altri piccoli e grandi problemi”.





Chi era a Roma al Corteo, non ha potuto fare a meno di notare l'aurea che Santo Pelliccia, faceva sprizzare fino al cielo. Grande testimonianza la sua. Sempre presente ad ogni momento importante e significativo, nonostante la sua età, ma con una tenacia ineguagliabile.




Altro grande incontrato è l'Amico di tutti noi, quello che se ci siamo messi davanti al televisore quando andava in onda, abbiamo tifato come se fosse la nostra Nazionale. Il Grande Toni Capuozzo!!!!!



Resto convinto solo di una cosa...... MAX E SALVO LIBERI SUBITO!!!!!!

venerdì 13 giugno 2014

Solfrizzi: «Per riportare a casa i marò serve uno scatto di orgoglio»


"Femmine Contro Maschi": Milan Photocall

«È difficile districarsi in tutto quello che sta succedendo, tra beghe legali diplomatiche e politiche. Il mio auspicio è che l'Italia possa avere finalmente uno scatto di orgoglio, riportando a casa i nostri marò»: Emilio Solfrizzi, popolare attore barese, già protagonista di film della più brillante commedia italiana (tornerà sul grande schermo con una pellicola di Paolo Genovese che sarà girata in Puglia), ha superato la ritrosia che lo caratterizza nel commentare i fatti d'attualità per schierarsi al fianco dei fucilieri del San Marco e delle loro famiglie.

Puglia-Roma-Nuova Delhi. Su questo asse si gioca la partita della libertà dei marò. Che idea si è fatto?
«Ho riscontrato la grande debolezza dell'Italia e degli italiani a livello internazionale, elemento che risalta in pieno osservando la vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. È una storia particolarmente dolorosa ed è giusto parlarne continuamente, per tenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica sul loro destino. Non parlo mai di questioni politiche o di fatti di cronaca, ma ho negli occhi i luoghi della Puglia nei quali sono vissuti, e vorrei che potessero rivederli al più presto».
 
L'immagine dell'Italia dopo questa querelle?
«Appare come fanalino di coda del mondo e paese dei misteri irrisolti. Basta ricordare quello che è successo negli ultimi anni in casi simili. Penso a tragedie diverse, come il Cermis: l'aereo americano tranciò i cavi di una funivia e morirono non solo italiani, ma anche tedeschi e belgi».
 
I responsabili della strage non furono giudicati da tribunali italiani.
«Con il massimo della pudicizia rammento che nonostante tutte le ambiguità della vicenda, dalla velocità dell'aereo all'altezza a cui volava, le regole a cui dovevano attenersi, gli americani hanno preso senza tentennamenti i loro soldati e li hanno sottoposti a processo negli States, secondo le convenzioni internazionali».
 
Doveva essere la strada maestra per l'Italia nella querelle con l'India?
«Noi abbiamo una voce debole nel contesto globale. E questo fa sì che da oltre due anni i ragazzi siano ancora lì».
 
Girone è di Torre a Mare, frazione di Bari. Latorre di Taranto. Due dei tanti pugliesi e meridionali in divisa. Privati della libertà da ventotto mesi.
«Rivendico la mia ammirazione per la dignità con cui stanno affrontando le i momenti difficili e le incertezze. Non sono un militarista convinto, anzi, ma la loro dignità colpisce molto me e tanti italiani».
 
Il comportamento dei fucilieri è stato irreprensibile.
Sono rimasto stupito dalla fermezza, dalla determinazione e dal tono che hanno usato nel collegamento con la sala Mappamondo della Camera, il 2 giugno scorso. Quel frangente dimostra che è giunto il tempo di fare qualcosa di concreto per portarli a casa».
 
Se potesse collegarsi via Skype con l'ambasciata italiana a Nuova Delhi, cosa direbbe ai due fucilieri?
«Darei loro coraggio e forza. Non sono affatto isolati. Non solo in Puglia, in tantissimi tifano fiduciosi per una soluzione positiva. E non dimentico che ci sono due morti in questa faccenda, e i morti meritano rispetto».
 
Un messaggio alle famiglie?
«Devono tenere viva la speranza. Questo caso non può risolversi che con un rientro a casa dei soldati».
 
Il suo rapporto con il mondo militare? Ha indossato la divisa?
«Ero nelle trasmissioni. Nessun ruolo operativo, con altri compiti avrei potuto combinare solo disastri. Ho fatto il "Car" a Barletta e poi i successivi mesi sono stato trasferito nella Caserma Rossani di Bari: adesso credo sia stata adibita a parcheggio...»
 
«Nella sua filmografia c'è anche "El Alamein. La linea del fuoco" di Enzo Monteleone. Interpretava il Tenente Fiore...»
«Di quell'esperienza mi è rimasta la convinzione che le guerre portano solo morte e distruzione. I soldati italiani abbandonati in Africa hanno incarnato una tragedia nella tragedia».
 
Sabato Il Tempo promuove un corteo a Roma, organizzato anche da Paola Moschetti Latorre, per la libertà dei marò.
«Sono emotivamente con le famiglie e vivo con loro l'ansia di trovare una via d'uscita da questa impasse».

Fonte:  http://www.iltempo.it/

Ordini segreti, scaricabarile e baratti. Il ruolo di Passera nell’intrigo indiano


Villa Madama - Vertice intergovernativo italo-polacco

«Abbiamo obbedito a degli ordini e oggi siamo ancora qui». Il grido del fuciliere Salvatore Girone risuona e continuerà a risuonare nelle orecchie degli italiani che, increduli, assistono da due anni allo scaricabarile che coinvolge tutti gli attori di questa vicenda. Perché se in molti continuano a chiedersi chi sono i responsabili dell’ingiusta detenzione in India dei nostri due marò, è bene dire che i responsabili ci sono. Pur nascosti tra le pieghe di dichiarazioni ufficiali, verbali di sedute parlamentari, riunioni governative.

Cominciamo dall’inizio. Da quelle 24 ore a cavallo tra il 15 e il 16 febbraio 2012 quando le autorità indiane chiesero al comandante della nave Enrica Lexie di invertire la rotta. Chi autorizzò quella manovra? Una versione ufficiosa dice che quella notte l’allora Capo di Stato maggiore della Marina (attuale Capo di Stato maggiore della Difesa), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, fu esautorato dal comando e la decisione fu esclusivamente «politica».

Non corrisponde, però, a quella fornita dall’allora ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, che nell’ottobre 2012, rispondendo ad un’interrogazione dei senatori Idv Luigi Li Gotti, Felice Belisario, Fabio Giambrone, Giuseppe Caforio e Stefano Pedica, spiegava: «L’autorizzazione a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò, tuttavia, per la presenza del NMP (Nuclei Militari di Protezione) a bordo, è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale che, peraltro, sulla base del quadro di situazione a quel momento noto, non aveva ravvisato elementi che potessero indurre a negare una doverosa attività di collaborazione con uno Stato sovrano».

Insomma la «catena di comando militare nazionale» sapeva. E non fece nulla per evitare quello che poi si dimostrò un errore fatale. È questo l’ordine cui fa riferimento Girone? O Di Paola ha solo voluto scaricare su altri le responsabilità «politiche» del governo? Quella dell’ottobre 2012 è l’unica volta che l’ex ministro fornisce questa versione dei fatti. A marzo 2013, chiamato a intervenire nell’aula della Camera dopo le dimissioni in diretta di Giulio Maria Terzi, si limiterà a sottoscrivere quanto detto dal collega. Un racconto che, letto oggi, serve per affrontare l’altro punto oscuro della vicenda marò.

La data è quella del 22 marzo 2013, quando Girone e Massimiliano Latorre, in Italia con un permesso per poter votare, vengono rispediti in India. Il 26 marzo Terzi spiega di essersi opposto a quella decisione. Di Paola, con linguaggio militare, di aver fatto prevalere il «dovere» e il «senso di responsabilità» rispetto alla «dolorosa sofferenza e partecipazione». Tradotto: ubbidì ad una decisione «collegiale».

Ma se i titolari di Esteri e Difesa non vedevano di buon occhio quella scelta, chi fece pressione in senso opposto? Terzi, intervistato da Il Tempo poco tempo fa, ha fatto nomi e cognomi: Mario Monti e Corrado Passera. Già allora aveva spiegato che «il governo ha tenuto nella massima priorità la tutela dei nostri concittadini in India e delle imprese operanti in quel Paese, nonché dei loro lavoratori».
Monti, però, aveva corretto il tiro: «Le valutazioni su possibili interessi economici non hanno condizionato l’obiettivo prioritario di tutela dei nostri connazionali». Anche se subito dopo aveva aggiunto: «Abbiamo disinnescato stampa e opinione pubblica indiana a tutela dei nostri connazionali e delle nostre 483 imprese in India».

L’aspetto economico, quindi, fu tutt’altro che irrilevante. Non a caso la decisione di rispedire i marò, fu presa in due riunioni del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica che è composto dal premier e dai ministri di Difesa, Esteri, Interno, Giustizia, Economia e Sviluppo Economico.
Sviluppo Economico, quindi, Corrado Passera. Che in questa vicenda è coinvolto anche per un altro motivo. A gennaio 2013 il governo aveva nominato ambasciatore italiano in India Daniele Mancini, ex consigliere diplomatico del ministro. A marzo il governo di New Delhi gli aveva negato l’immunità diplomatica. Quando Monti ricostruisce la vicenda elenca, tra le rassicurazioni ricevute che avevano convinto l’esecutivo a rimandare i marò, anche «il ripristino dell’immunità per il nostro ambasciatore». Che, è presumibile pensare, avrà sicuramente chiesto una mano al ministro con cui, fino a due mesi prima, aveva collaborato a Roma.

Fonte:  http://www.iltempo.it/

giovedì 12 giugno 2014

Il caso marò e il futuro dell’Occidente. Intervista all’ex Ministro Terzi.


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La storia di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, il susseguirsi di rinvii e mancate sentenze, il loro rocambolesco ritorno in India dopo la decisione del Governo di trattenerli in Patria, sono ormai questioni che superano il carattere nazionale o bilaterale. Non solo perché finalmente sembra intrapresa la via dell’internazionalizzazione della controversia. Ma anche perché il caso s’intreccia con la questione della credibilità dell’Occidente come forza trainante del globo, sotto l’aspetto economico e politico. Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Affari Esteri, commenta il ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nella situazione economica attuale, il futuro della Cina, la crisi Ucraina e – ovviamente – la vicenda dei due marò.


Ambasciatore, quale sarà il ruolo dell’Occidente nel futuro prossimo? 
Tra il 2009 e il 2011 mi sono interessato alle analisi sul declino dell’Occidente e dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere il ruolo di superpotenza o, quantomeno, di garante della sicurezza globale. Nell’informazione e nelle Università ci sono i declinisti e gli anti-declinisti. Da una parte, chi considera inevitabile la progressione economica della Cina, dell’India e dei Brics, situazione che sarebbe necessariamente alternativa alla possibilità dell’Occidente di mantenere una sua gravitas fondamentale nello sviluppo della società internazionale. Dall’altra, chi vede questa solo come una possibilità. Potrebbe accadere, certo, ma è una situazione nella quale ancora non ci troviamo. Per questo molti auspicano un maggiore sforzo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea nell’aggiornare le rispettive agende economiche, di sicurezza e di sviluppo per mantenere la centralità di cui tutt’ora gode. Per questo nacque l’idea del TTIP.

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership. Esatto. 
L’idea era nata da un consigliere economico di Hillary Clinton e poi se ne è appropriata la Casa Bianca. Un’iniziativa importante a cui i partner europei hanno risposto positivamente, anche se dopo alcune esitazioni iniziali. Anche dell’Italia.

A cosa erano dovuti questi tentennamenti europei? 
Principalmente a problemi settoriali. Per i francesi, ad esempio, era forte il timore di mettere a rischio l’identità culturale. Questo perché l’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie non significa solo omologazione degli standard unici, ma fa anche nascere la grande questione della proprietà intellettuale, della ricerca e delle garanzie sui brevetti. L’attuazione del libero scambio tra America ed Europa, considerando che gli investimenti reciproci sono i più consistenti del mondo, darebbe uno slancio incredibile alla crescita dell’area. Tutto questo dimostra quanto una rassegnazione al “declinismo” sia assolutamente fuori luogo.

Crede che questo accordo possa contrastare l’ascesa economica della Cina? 
È evidente che il divario tra Cina ed America si sta riducendo considerevolmente. Secondo alcuni studi di settore, in termini comparati di capacità di potere d’acquisto, la Cina avrebbe già superato gli Stati Uniti. In termini assoluti il Pil è ancora la metà, ma l’economia cinese cresce ogni anno del 7% mentre gli Usa si fermano intorno al 2,5-3%. Anche se per quanto riguarda la ricchezza individuale il divario è enorme. Tant’è che gli stessi cinesi hanno contrastato tutta questa pubblicità fatta sul sorpasso, perché vogliono mantenere i privilegi di essere un paese in via di sviluppo. Un’ampia parte del mondo cinese, infatti, è molto lontana da una sostenibilità del proprio sviluppo e quindi ha tutti gli interessi ad essere riconosciuta tale dal Fondo Monetario e dalle altre istituzioni internazionali. L’Occidente deve focalizzare l’attenzione sul ruolo formidabile che può ancora avere in una realtà globale che è diventata, e tenderà in futuro ad essere, più competitiva, più conflittuale e più settaria. Bisogna smetterla di piangersi addosso nella convinzione che l’Occidente sia ormai condannato ad esser messo alla porta. Avremo ancora un ruolo centrale. Bisogna ritrovarne consapevolezza a livello nazionale, europeo e di aggregazione atlantica.

Capitolo Russia. Putin non ha esitato a forzare la mano nella crisi ucraina. 
L’Occidente deve anche capire quali sono i suoi riferimenti. L’immagine di un Presidente così volitivo, Putin, che si muove per soccorrere i propri connazionali in difficoltà in Crimea e nelle altre zone ucraine usando la forza, suscita molte simpatie. Anche nel mondo della Destra.

Non è forse l’avversione ad un’Europa che la Destra non considera adeguata alle sue aspettative a farle rivolgere lo sguardo ad Est?
Credo che ci siano anche altri aspetti. Ad esempio, se si osserva il successo di Marine Le Pen, bisogna riconoscere un substrato culturale tradizionalmente antagonista verso l’America. Un partito come quello gollista, di centrodestra moderato, aveva un carattere nazionale fortemente radicato. Non certo paragonabile alla mentalità del democristiano o del socialista italiano. I francesi hanno sempre ritenuto di essere loro la grande potenza globale. Per questo la Le Pen propone un’alleanza strategica con la Russia, nella quale imbarcare anche la Germania. C’è una tendenza, infatti, nel mondo tedesco a mantenere una posizione neutrale tra Est ed Ovest. Questo raccordo tra la cultura francese e la pulsione neutralista tedesca spiega l’atteggiamento dei due Paesi verso la Russia. Una posizione che, personalmente, non capisco. È antitetica a tutti gli interessi occidentali.

Come giudica l’operato della diplomazia europea nella crisi ucraina? Ha sofferto forse l’atteggiamento neutralista tedesco? 
La Germania è stata la capolista della politica di partenariato orientale, proposta inizialmente dalla Polonia e dalla Svezia nel 2008. Ha spinto molto per “l’allargamento ad Est”, senza porsi il problema dell’atteggiamento russo. Questo si è accelerato dopo la crisi in Georgia e Putin ha lasciato inizialmente fare. Quando è tornato alla Presidenza, però, ha rilanciato l’idea dell’Unione Euroasiatica, per ricostruire uno spazio di vicinato filorusso nel quale ci fosse un richiamo a qualcosa di simile alla Russia imperiale.

L’Europa, invece, è stata gravemente carente sul partenariato meridionale. 
L’Italia ha fatto una pressione costante per ottenere accordi che, inoltre, avrebbero potuto risolvere in grande misura i recenti flussi di migrazione. Tutto questo è stato accantonato per dedicare sempre più risorse al partenariato orientale. Invece, dopo le primavere arabe del 2011 e le avvisaglie del progetto euroasiatico di Putin, bisognava fare l’esatto contrario.

Passando alla vicenda Marò, la ministra Mogherini recentemente ha dato il via all’internazionalizzazione del caso. Un passo che sembra arrivare con un po’ di ritardo. 
È stato fatto scandalosamente tardi. E continuiamo scandalosamente a tardare ad agire. Il Governo Monti il 22 marzo 2013, quando è stata presa l’ignobile decisione di rimandare i due militari in India, disse pubblicamente che, accondiscendendo alle richieste indiane, il problema si sarebbe risolto in un clima di grande cordialità. Non si capisce perché dovessimo essere cordiali con un Paese che ha catturato in alto mare, con un trucco e con la forza, due nostri militari in azione anti-pirateria. Minacciando, peraltro, di applicare le leggi anti-terrorismo a chi la pirateria la combatte. Monti era convinto che la cessione dei due marò avrebbe rasserenato gli animi indiani e loro sarebbero stati così bravi da rimandarceli indietro nel giro di qualche settimana. Questo, come abbiamo visto, non è successo.

Poi è arrivato il governo Letta. 
Un esecutivo che aveva una fortissima continuità con quello precedente. Nessuno, quindi, si è sognato di cambiare linea politica. Non si è mai nemmeno pensato di sostituire De Mistura, il negoziatore che aveva sostenuto con forza questa linea d’azione fallimentare. La filosofia è rimasta questa: i marò vadano in India, vengano processati e, una volta condannati col tempo si negozierà un accordo di restituzione. Scambiando così i nostri valorosi uomini delle forze armate con criminali, rapinatori e delinquenti indiani detenuti in carceri italiane. Poi è arrivato Renzi, la chiamata ai marò, le dichiarazioni dei ministri interessati e la decisione di aprire all’arbitrato internazionale. Ma anche qui mi pare ci sia la volontà di dichiarare, ma non la volontà di agire

Un’idea che aveva sostenuto durante il suo mandato alla Farnesina. 
Non solo l’avevo proposto un anno fa, ma avevamo già avviato l’arbitrato internazionale obbligatorio quando decidemmo di trattenere in Italia i due fucilieri di marina. Adesso, quindi, non c’è bisogno di consultare giuristi, come pare si voglia fare. Ormai lo sanno anche le pietre quali sono i dati giuridici per richiedere un arbitrato internazionale.

Lei ha sostenuto, dopo le sue dimissioni, che erano state pressioni economiche a far cambiare idea al Governo e rispedire i marò in India. 
Questo l’hanno confermato, poi, tutte le parti in causa. Quelli che hanno spinto per quella decisione l’hanno motivata con ragioni economiche. Più si va avanti e più bisogna constatare che ci sono dei ceppi che legano le gambe del Governo sulla strada dell’arbitrato internazionale. E questi freni non possono essere immotivati: devono esserci degli interessi. I motivi devono essere quelli di un partito degli affari che non possono essere dichiarati alla luce del sole. E vivendo in un Paese in cui è più che diffuso l’atteggiamento affaristico e collusivo di organizzazioni che riescono sempre ad influire sulle scelte importanti di politica economica, sorge spontanea la domanda su cosa ci sia veramente dietro la volontà di non agire del Governo.

Il Ministro Bonino, il primo ottobre 2013, riferendosi ai marò ha dichiarato: “non è accertata la colpevolezza e non è accertata l’innocenza. I processi servono a questo”. Non lascia intravedere una tendenza, forse diffusa, a pensare che in fondo è giusto che vengano giudicati in India? 
C’è un mondo nella nostra opinione pubblica, diffusa soprattutto sui social network, che vede con grande insofferenza lo straordinario ruolo che le nostre forze armate svolgono nel mondo. Per una fetta della cultura italiana, allevata in decenni di anti-patriottismo, anti-sovranità, anti-interesse nazionale, se qualcosa va storto in un teatro operativo è sempre colpa dei militari italiani. Un atteggiamento pernicioso e grave, che deve essere contrastato in ogni possibile modo. Sulla loro innocenza, io ne sono convinto. Perché ho visto la perizia balistica, so che ci sono incongruenze sui tempi degli incidenti, so che le ricostruzioni indiane sono artefatte e non è mai stato presentato un capo di imputazione in più di due anni. In ogni caso non è la magistratura indiana a dover giudicare. Ma quella italiana.

Perché la Procura militare di Roma non è intervenuta, procedendo al fermo dei militari, rendendo così impossibile un loro rientro in India? 
Nell’affidavit che avevamo sottoscritto per permettere il rientro per la licenza natalizia nel 2012 era scritto che il governo italiano avrebbe fatto tutto il possibile per fare in modo che i marò tornassero in India, “nell’ambito delle sue prerogative costituzionali”. Questo inciso voleva esattamente dire che l’esecutivo italiano non avrebbe potuto far nulla per limitare l’azione dei giudici. Eventualità conosciuta alle autorità indiane: se la magistratura italiana avesse ritirato il passaporto o avviato un giudizio, nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo. In una lettera del dicembre 2012, inviata al Presidente Monti, al ministro della Giustizia e a quello della Difesa, suggerivo di sensibilizzare la Procura di Roma. Nulla di tutto ciò è stato fatto.

Se potesse tornare indietro, ripeterebbe il gesto delle “irrituali” dimissioni – come le ha definite Napolitano – del marzo 2013, annunciate davanti al Parlamento e con il Governo già dimissionario? 
Forse già dopo la licenza natalizia, vista la totale indifferenza con il quale venne affrontata la questione, sarebbe stato giusto prendere una decisione più dirompente. Questo è l’unico dubbio che mi è sorto. Stavamo però ancora aspettando la sentenza sul riconoscimento dell’immunità funzionale che i legali indiani ci avevano assicurato. Speranza, poi, disattesa.

Quali sono stati gli errori più gravi dei governi che si sono succeduti. 
Il primo e più grave è stato quello di autorizzare l’abbandono delle acque internazionali all’Enrica Lexie. Poi è stato un susseguirsi di errori: dal dare il via libera per l’interrogatorio di Latorre nel porto di Sochi ai due ritorni in India. Nei miei viaggi istituzionali, ho sempre sollevato come prima cosa la questione dei nostri fucilieri. Non credo invece che molti altri colleghi di governo lo abbiano fatto. Monti ha sottovalutato l’importanza del caso-marò per l’interesse nazionale e la sovranità italiana, lasciando due militari in mani indiane senza fare nulla di veramente serio.

Il Corriere della Sera definì le sue dimissioni “una scelta sbagliata” che avrebbe messo a repentaglio la credibilità italiana. 
Certo. Perché questi giornali erano certi che l’idea del partito affarista indiano di lasciare Latorre e Girone in India, così da non compromettere le relazioni economiche, fosse la scelta giusta. Hanno osteggiato l’Arbitrato Internazionale nonostante la storia recente sia piena di azioni di questo genere. Anche l’Italia ha aperto, solo tre anni fa, una controversia con la Germania sulla questione degli internati militari italiani. Chi dice che non si può fare perché “l’India è un Paese importante” mente sapendo di mentire. Bisogna uscire dallo steccato di questa informazione che risponde ai poteri forti, condizionata dall’appartenenza politica e dalle strutture societarie dei principali organi d’informazione. Parlano o tacciono sui marò in base a quelle che sono le convenienze politiche pre-elettorali. Ci vuole un’informazione libera, indipendente e che faccia del giornalismo investigativo.

“Non bisogna avere aspettative su una soluzione rapida del caso”, ha detto pochi giorni fa il Ministro Mogherini. Sarà ancora lunga l’attesa dei marò? 
Credo che il Ministro proceda con prudente cautela: se guardiamo la storia di questi due anni, infatti, è costellata di rinvii e mancati rientri. Ma più che i tempi, vorremmo sapere “cosa” e “come” sta avvenendo. E non può valere la scusa del “non disturbate il manovratore”: l’opinione pubblica deve essere informata. De Mistura ha raccontato per mesi di assi nella manica e manovre machiavelliche che avrebbero risolto la questione. Tutte cose che si sono rivelate bolle di sapone. C’è una responsabilità politica del Governo nei confronti delle forze armate, dell’opinione pubblica e degli altri Paesi: bisogna chiudere al più presto questa vicenda.

Fonte:  http://ideaoccidente.wordpress.com/

mercoledì 11 giugno 2014

LA REGATA DI BRINDISI-CORFU’ SI TINGE DI GIALLO: UN SOSTEGNO AI DUE MARO’ IN INDIA!

Il "Montefusco Sailing Project Team" in occasione della XXIX Regata Internazionale Brindisi Corfù ha adottato un’iniziativa di solidarietà a sostegno dei nostri due Marò, illecitamente trattenuti in India da oltre 2 anni in violazione del principio internazionalmente riconosciuto dell’immunità funzionale dei Soldati in missione. 

Foto: Sono arrivate per la conferenza stampa, Vania Ardito Girone e Paola Moschetti Latorre. Con Terry Armenise. L'imbarcazione IDRUSA di proprietà della famiglia Montefusco, affronterà la Regata con la Bandiera di Max e Salvo e una del Battaglione San Marco, esposte!!
La Cerimonia d’inaugurazione della regata avrà luogo oggi al Lungomare Margherita di Brindisi, alle ore 18,30, alla presenza delle Autorità civili e militari. Sul palco della manifestazione interverranno le mogli dei due Marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, le quali consegneranno la bandiera del battaglione San Marco all'equipaggio di Idrusa, e prenderanno la parola per un messaggio e un saluto. Domani alle ore 13 è prevista la partenza della competizione, che è la più importante regata d’altura dell’Adriatico, e rappresenta da anni un esemplare esempio di collaborazione fra le due sponde, italiana e greca, nonché una delle più ambiziose del Mediterraneo sotto il profilo delle difficoltà tecniche. 

Le imbarcazioni che aderiscono all’iniziativa esporranno a bordo una bandiera bianca con fascia tricolore recante la scritta “1000 Velisti al fianco dei Marò”. La bandiera sarà esposta ben visibile sia durante la regata che in tutte le fasi pre e post regata, a Brindisi come a Corfù. L’iniziativa vuol’essere un modo silenzioso ma tangibile per dimostrare che i cittadini italiani non dimenticano la vicenda dei due fucilieri di Marina detenuti in India, per far sentire la propria vicinanza a entrambi e alle rispettive famiglie, e per condividere lo spirito di forte solidarietà che accompagna questa dolorosa vicenda. 

Un'iniziativa straordinaria, ancor più significativa perché nata spontaneamente da un gruppo di cittadini che hanno a cuore la sorte dei nostri due Marò, prima tra tutti Terry Armenise, parte integrante di questa community. Centinaia di vele solcheranno il nostro mare per lanciare un messaggio forte: la necessità di riportarci - con Massimiliano e Salvatore - l'onore, il rispetto e la dignità delle nostre Forze Armate e della nostra Bandiera, come decine di milioni di italiani a gran voce richiedono e meritano!!!

Fonte: https://www.facebook.com/ambasciatoregiulioterzi?hc_location=timeline