martedì 8 luglio 2014

Telegraph: Juncker per la Gran Bretagna è fastidioso, ma per Francia e Italia è letale

Sul Telegraph Ambrose Evans-Pritchard commenta l’elezione del Presidente Juncker: il metodo con cui è stato imposto vìola i Trattati e rende evidente la necessità per la Gran Bretagna, ma ancor più per la Francia e l'Italia, di uscire dalla UE e salvare la propria sovranità (e non morire di deflazione da debito)


I parlamenti sovrani d'Europa sono vittime di un gioco di prestigio costituzionale, anche se alcuni sono più sottomessi rispetto ad altri. Il metodo degno di Oliver Cromwell che Jean-Claude Juncker ha imposto agli Stati è una violazione dei trattati.

L'episodio chiarisce la necessità per la Gran Bretagna di ritirarsi dall'Unione, così come per la Francia o per qualsiasi altro paese che voglia rimanere autonomo sotto uno stato di diritto.

Il trattato di Lisbona non ha creato uno stato europeo, in qualsivoglia forma. La Francia e la Gran Bretagna hanno combattuto ferocemente per impedire che questo accadesse, quando il testo è stato redatto nella sua forma originale come Costituzione Europea. Esse hanno insistito che l'UE rimanesse una organizzazione "intergovernativa", ed hanno fatto bene. Agire diversamente avrebbe significato svuotare le democrazie nazionali senza sostituirle con qualcosa di funzionante.

La spinta della Germania per uno stato federale - idealistica e pericolosa in egual misura - è stata sconfitta. La coppia formata da Valery Giscard d'Estaing e Lord Kerr ha sventato la minaccia.

Il trattato che è venuto fuori non ha dato al Parlamento europeo il potere di scegliere il presidente della Commissione. La prerogativa rimane ai leader eletti dell'UE, responsabili verso i loro elettori, una salvaguardia che assicura l'autorità agli Stati sovrani.

Gli eurodeputati hanno il diritto di sfiduciare la Commissione. Non possono nominarla. Eppure è esattamente quello che hanno fatto. Una cricca di falchi integralisti a Strasburgo ha imposto a forza il Presidente Juncker sulla base di una serie di argomentazioni fallaci. Gli spauriti leader dell'UE hanno accettato il fatto compiuto, o per ottenere concessioni o per ingraziarsi il favore di Berlino.

Questo gruppo di parlamentari superstiti nasconde la caccia alle poltrone e la brama di potere dietro alla bandiera della democrazia, affermando che il gruppo di centro-destra (PPE) ha l'autorità per imporre la sua scelta perché ha "vinto" le elezioni europee.

E invece il terremoto elettorale di maggio è andato in direzione completamente opposta, un urlo primordiale dei popoli europei contro la prepotenza dell’UE e la distruzione di posti di lavoro causata dalla brutale austerità. Il Fronte Nazionale ha vinto in Francia chiedendo l’uscita dall’euro e col rifiuto viscerale del progetto dell'Unione Europea, una svolta vera e propria in un paese che è ancora il cuore pulsante dell'Europa.

Bisogna essere politicamente analfabeti per ritenere saggio o appropriato, in questo momento,  affidare la macchina UE a un vecchio insider, uno dei maggiori responsabili delle disgraziate decisioni che hanno portato l'Europa nella sua attuale empasse e un maestro del metodo Monnet. "Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non c'è nessuna protesta, perché la maggior parte delle persone non capisce cosa stiamo facendo, andiamo avanti passo dopo passo fino a quando siamo oltre il punto di non ritorno", ha dichiarato tempo fa al “Der Spiegel”.

Juncker è un regalo per Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale, che ora promette come primo atto di protesta di boicottare la ratifica di Strasburgo. "Io non parteciperò alla votazione per il carceriere della prigione: cercherò la fuga dalla prigione," ha detto.

Juncker  è un regalo anche per Beppe Grillo del M5S italiano, che ha definito il Presidente Juncker come il volto di politiche terrificanti – che hanno intrappolato l'Europa in un decennio perduto. "Ovunque passi Juncker in Europa, non cresce più l'erba", ha detto.

Il PPE ha proporzionalmente perso più consensi di tutti alle elezioni. Quasi nessuno che abbia votato in Grecia per “Nuova Democrazia” si rendeva conto che stava allo stesso tempo scegliendo il signor Juncker come Presidente, incaricato di decidere il loro destino per cinque anni, lo stesso uomo che ha giocato un ruolo importante nel dramma nazionale come capo dell'Eurogruppo. Quanti Irlandesi che hanno votato per Fine Gael del PPE volevano ulteriori passi avanti nell'integrazione dell'UE?

Cerchiamo di essere onesti. Questa parodia è stata imposta dal blocco tedesco di Europarlamentari, sia per aumentare i poteri della propria istituzione sia perché il Presidente Juncker è ritenuto (per ora) il più sicuro curatore dello status quo nell’UE, che serve abbastanza bene gli interessi tedeschi. Juncker è stato sostenuto con uno strano entusiasmo da una stampa tedesca che sembra pensare che questi metodi riusciranno a colmare il "deficit democratico" dell'UE.

Questo status quo è rovinoso per la Francia e per l'Italia, eppure Francois Hollande e Matteo Renzi hanno acconsentito docilmente, lasciando David Cameron a fare una resistenza donchisciottesca contro una decisione che è quasi suicida per l'Unione Europea stessa. Pensano di essersi assicurati un po’ di flessibilità sull’austerità con un compromesso, ma nelle conclusioni del vertice non c'è stato nessun cambiamento sostanziale delle norme UE sul disavanzo. "La minaccia di una maggiore flessibilità nella politica fiscale dell'UE è stata evitata," ha detto il premier di Hollande Mark Rutte, ammettendo così di aver fatto un buco nell'acqua, prima ancora di essere tornato a casa.

In ogni caso delle forze più grandi sono già al lavoro. La stagnazione permanente dell'economia è già tradotta in legge nell'UE grazie al Fiscal Compact. Ogni paese deve tagliare il proprio debito pubblico in maniera meccanica per vent'anni, finché non raggiunge il rapporto del 60pc del PIL, indipendentemente dalla politica monetaria o dallo stato dell’economia mondiale. Questo sta già incalzando la Francia, che scivola sempre più a fondo in una trappola di deflazione da debito, con una crescita zero che fa impennare la traiettoria del debito, nonostante un pacchetto di austerità dopo l'altro.

Il debito pubblico francese è balzato al 93,6% del PIL nel primo trimestre, dal 91,8% del trimestre precedente. Gilles Carrez, capo della commissione finanze del Parlamento francese, dice che probabilmente entro il prossimo anno la Francia sfonderà il tetto del 100%. Questo significa che il debito dovrà essere tagliato di 40 punti percentuali, ossia di un 2% all’anno, nel bel mezzo di una crisi di disoccupazione.

L'Italia sta anche peggio, con debito che si avvita sopra il 133%. Il signor Renzi può provare a guadagnare un piccolo margine di manovra per investimenti supplementari, ma a questo punto il compito è troppo arduo per qualsiasi leader politico. La camicia di forza dell’UEM lo obbliga a ottenere un surplus di bilancio primario del 5% del PIL anno dopo anno, sempreché la Banca Centrale Europea riesca a raggiungere il suo obiettivo di inflazione del 2%, cosa che per ora non riesce a fare. Con lo 0,5% attuale, per conformarsi alle regole l'Italia deve ottenere un surplus vicino al 7%.

Ma ciò non è né possibile né auspicabile in un paese con una forza lavoro che si contrae e una demografia alla giapponese. Renzi avrebbe dovuto affrontare il Cancelliere tedesco Angela Merkel quando il suo successo elettorale schiacciante era ancora fresco, chiedendo un blitz di reflazione per cambiare completamente il panorama economico europeo. Ma ha perso la sua chance, il che porta a chiedersi se egli non sia soltanto un chiacchierone, che probabilmente verrà messo a tacere in fretta. Forse era impossibile per lui ottenere di più senza l’aiuto di Hollande, ormai una figura tragica che replica le politiche deflazionistiche di Pierre Laval nel 1935.

Per Francia e Italia, gli orrori della trappola della deflazione da debito possono restare dissimulati finché regge il ciclo di liquidità globale, se la Cina va avanti ancora con gli stimoli e il capo della Fed, la Yellen, si preoccupa di creare posti di lavoro al di sopra di tutto. Ma una volta che il ciclo cambia, Renzi e Hollande malediranno il giorno in cui hanno accettato di venire a patti con la Merkel a Bruxelles.

Si è detto molto sulla diplomazia da scontro aperto di Mr Cameron. Ma che dire della diplomazia della Germania? Angela Merkel ha allegramente perseguito i suoi interessi con effetti venefici sulla psicologia politica della Gran Bretagna, facendo salire il consenso per un’uscita  della Gran Bretagna dalla UE fino a un record del 47,39%, nell'ultimo sondaggio di MoS, a quanto pare per placare la stampa tedesca e gli euro-burocrati del suo stesso partito.

Berlino  ora si sta preoccupando di limitare i danni. Il vice-Cancelliere Sigmar Gabriel ha detto che l’uscita britannica significherebbe la disintegrazione del progetto europeo. "Non dobbiamo sottovalutare l'impatto sugli Stati Anglosassoni e sui mercati finanziari. L’Europa sembrerebbe lacerata e indebolita agli occhi del mondo. Già viene considerata un continente in declino" ha detto.

Il ministro delle finanze Wolfgang Schauble ha detto che l’uscita britannica sarebbe "assolutamente inaccettabile", promettendo di fare tutto il possibile per mantenere la Gran Bretagna nel sistema. In effetti è così. Un’uscita britannica sconvolgerebbe la chimica interna dell'Unione Europea, rischiando una reazione a catena. Il centro di gravità si sposterebbe verso il sud e verso le regioni più povere dell'Est, lasciando la Germania con un'egemonia insostenibile, privata di un alleato chiave a favore del libero scambio e delle riforma del mercato.

Come le cose si evolveranno nei prossimi tre anni dipende dal fatto se l'economia della Gran Bretagna continuerà a crescere più dell'Eurozona del 2% all’anno. Il Regno Unito ha la popolazione che cresce più velocemente nell'UE, con un aumento di 400.000 persone all’anno, in un momento in cui la Germania sta già entrando in una crisi demografica. Naturalmente è un boom fragile - costruito sui disavanzi commerciali - ma se dura, il panorama politico sarà irriconoscibile quando si voterà per l’uscita nel 2017.

Mentre la scorsa settimana in vacanza leggevo la biografia di Pitt il giovane scritta da William Hague, mi ha colpito il punto di vista europeo riguardo la Gran Bretagna nel 1780, dopo che aveva perso le colonie Americane. Giuseppe II D’Austria emise la classica sentenza, presumendo che il paese sarebbe "completamente crollato e per sempre, disceso al rango di una potenza di secondo ordine, come la Svezia o la Danimarca." Non sarebbe passato molto prima che Vienna implorasse sovvenzioni, e l’ubriacone Pitt divenisse l'arbitro dell'Europa. Tale era la forza della crescita economica integrata.

Ora Mr Hague (segretario di Stato per gli affari Esteri) si trova nella strana posizione di interpretare il ruolo diplomatico che descrive così bene nel suo libro. Forse lui potrebbe dirci che cosa avrebbe fatto Pitt  a proposito di Mr Juncker. 
 
Fonte: http://vocidallestero.blogspot.it/?m=1

sabato 5 luglio 2014

Finmeccanica, India: ex capo aviazione accusato di riciclaggio

Avrebbe favorito l'azienda anglo-italiana, in cambio di tangenti.

Le autorità fiscali indiane hanno deciso d'indagare per riciclaggio di denaro l'ex comandante dell'Aeronautica militare indiana (Iaf), S.P.Tyagi, uno dei principali sospetti nell'ambito dello scandalo relativo alla fornitura di 12 elicotteri AgustaWestland (Finmeccanica) da destinare al trasporto di personalità politiche.

Shashindra Pal Tyagi.

Secondo quanto riferito il 5 luglio dalla stampa indiana, un'agenzia statale che si chiama Enforcement Directorate (Ed) ha aperto un fascicolo contro l'ex responsabile delle forze aeree accusato di aver favorito, assieme ad altri, l'azienda anglo-italiana, in cambio di tangenti.


ACCUSE SMENTITE. S.P. Tyagi ha sempre smentito le accuse precisando che il contratto con AgustaWestland è stato siglato tre anni dopo il suo pensionamento.


Venerdì 4 luglio l'ex capo del reparto d'elite chiamato Special Protection Group (Spg), Bharat Vir Wanchoo, si è dimesso dall'incarico di governatore della ex colonia di Goa, dopo essere stato sentito come testimone dalla polizia del Central Bureau of Investigation (Cbi) che conduce le indagini sulle presunte tangenti. 

Fonte: http://www.lettera43.it/

Luca Barisonzi si sposa con Sarah.

E ora dove sono? Che fanno? Come vivono? Ci sono persone finite, anche in maniera minore, nella cronaca, perché disabili o divenute tali, e poi dimenticate. Ecco le loro storie recuperate, grazie anche alle vostre segnalazioni. Quella di Luca, Sarah e del loro amore fra l’Afghanistan e facebook.




Quel giorno lì, il 5 luglio, gli passeranno davanti i giorni in cui è partito per l’Afghanistan e quelli in cui è tornato. In mezzo ci sono stati colpi di mitra e carrozzine. Ma il prossimo sabato a Erba saranno solo cose belle. Perché con lui c’è Sarah, amore e risate, un mondo di distanza che nulla vuole dire e un sentimento che lega per sempre. E poi c’è il viaggio di nozze. Quello vero sarà senza la sposa. Si può? Sì, sì, si può. Sul Monte Rosa, Capanna Margherita, con un altro Luca (ce ne sono tanti in questo racconto), folle pure lui. Come definire un alpinista che propone di scalare a un alpino rimasto tetraplegico? E chi è rimasto tetraplegico che prende al volo l’occasione e ci va? “Spero che questo sia l’inizio di un sacco di cose folli”: la storia di Luca, l’alpino, di Sarah, la sua splendida promessa sposa, e degli altri Luca che ci sono qui è di quelle che si vedono nei film.

Andiamo senza ordine, perché la fine sarà la parte più bella. Partiamo da quell’impresa: “Toccando il cielo”. Loro sono i Lucas: Luca Barisonzi, alpino, Croce al Valore dell’Esercito, rimasto tetraplegico a causa di un attentato a Bala Murghab, Afghanistan, nel 2011; e Luca Colli, alpinista estremo, che ha avuto l’idea. Il cielo si toccherà in un giorno alla fine di luglio, salendo sul rifugio più alto d’Europa, in una impresa mai tentata prima da una persona tetraplegica. Si userà una carrozzina americana, una specie di cingolato, che poi rimarrà allo Spazio Vita dell’Unità spinale di Niguarda (c’è anche una raccolta fondi), fra quelle che sono da prendere a esempio, e dove è stato, e continua a frequentare, anche Luca. “Due motivi mi spingono a farlo. Come militare, mi sento di portare con me, quel giorno, tutti i feriti e coloro che non sono tornati. E poi, voglio mostrare le abilità della disabilità, la forza che rimane, la voglia di sognare”.


Il sogno parte anche dalla fede: “Dopo l’incidente mi sono sentito svanito, poi mi sono reso conto che c’è un senso a tutto, anche a quello che è successo”. Nel futuro, come per altri fra i militari che sono rimasti con disabilità (alcuni li abbiamo raccontati su InVisibili: vedi le storie di Monica e Alessandro), c’è anche l’obiettivo della Paralimpiade: “Ho provato il tiro a segno, nella mano destra ho il controllo del polso. Che bello sarebbe poter rappresentare il mio Paese con la divisa a una delle prossime Paralimpiadi”.
Luca Barisonzi si allena nel tiro a segno

Adesso facciamo qualche passo indietro. In quella fine gennaio del 2011 Luca aveva 24 anni: “Ero da cinque mesi in missione in Afghanistan”. Era partito il 10 settembre dell’anno precedente. Luca è insieme a Luca Sanna, alpini della 6a Compagnia, 8° reggimento di stanza in Afghanistan. Sono di guardia in un avamposto della Murghab Valley. Vengono avvicinati da persone in divisa dell’esercito afghano, ma hanno solo la divisa dei soldati, in realtà sono terroristi, che li falciano con colpi di mitra. Luca Sanna muore sotto i colpi, Barisonzi rimane ferito. Viene portato a Herat prima, poi a Ramste in Germania. Ci sono i medici americani. Gli viene detto: “Muoverai solo la testa”. Lui è cocciuto: “Come starò dipende anche da me”. Sono anni di terapie e riabilitazione, ora le braccia hanno movimento e non c’è più il respiratore. “Riesco a prendere un piatto di pasta, a muovermi da solo, sollevare oggetti”. La divisa rimane per sempre: “E’ tutto. Ritrovo la forza pensando a chi era con me e non c’è più. Si è fratelli più che colleghi. Quello che vogliamo è la pace”. Ne è uscito anche un libro, “La patria chiamò” (Mursia), con parole e ricordi e sensazioni.
La Patria Chiamò di Luca Barisonzi
E arriviamo alla festa, perché questo accadrà fra qualche giorno. Ci saranno solo Luca e Sarah. Lei arriva dagli States e la loro è una straordinaria storia d’amore. Ma proprio di quelle belle. “Un marine americano mi fece vedere la foto di sua sorella. Gli dissi: ‘Bella. Ma chi è quella di fianco?’ Ecco, lei era Sarah. La cercai su Facebook. Iniziammo a chattare”. L’amore comincia così, anche se nessuno dei due lo dice. Poi l’attentato, l’ospedale, Sarah che non sente più Luca. Vede che gli amici gli scrivono: “Forza, non mollare”. E lei non sa nulla. Si informa. Lascia l’Ohio e parte per l’Italia: vuole conoscere l’uomo con cui ha scambiato tante parole. Sono già innamorati, ma non si conoscono di persona. “Mi vide in ospedale. Non è più tornata in America”. La battaglia di Luca è anche per lei: “Per poterla amare”. Sarah ha tutto per essere una di cui innamorarsi, straordinariamente donna, nel senso più bello e pieno: “Si commuove quando cerco di muovere la mano per abbracciarla. Dice che questo è un amore forte”. Vivono insieme dallo scorso anno, in una casa domotica a Gravellona Lomellina, nei luoghi di Luca, costruita grazie agli alpini, la sua seconda famiglia.

Sarà una gran bella festa a Erba. Nella mente di Luca magari passeranno forse anche quei momenti terribili in Afghanistan. Sarà solo un attimo di buio mezzo alla felicità. Luca e Sarah saranno soli e con mille altri, nel loro giorno, il giorno dei giorni.

Sarah e Luca

Fonte: http://www.corriere.it/

Il caso dei marò trattenuti in India e la via dell’internazionalizzazione.


Premessa

            Sono trascorsi oltre due anni, ma la vicenda dei due fucilieri di marina trattenuti in India non si è ancora conclusa. Giova ricordarne gli snodi principali. L’incidente della Enrica Lexie si è verificato il 15 febbraio 2012 quando, a detta delle autorità indiane, dalla nave italiana sono partiti dei colpi di arma da fuoco contro il St Anthony, battello da pesca indiano, e due pescatori che si trovavano a bordo sono rimasti uccisi. L’incidente è avvenuto al largo della costa del Kerala, in acque internazionali, ma nella
zona contigua indiana.

            I nostri due fucilieri di marina, che si trovavano a bordo della nave italiana in funzione antipirateria insieme ad un team di quattro persone, sono stati accusati di omicidio. La vicenda si è dipanata sul piano giudiziario, salvo sporadici tentavi di portare la vicenda nei fori internazionali per ottenere il sostegno degli alleati e fare pressioni politiche nei confronti dell’India. Peraltro, una delle argomentazioni avanzate dall’Italia nei procedimenti giudiziari è consistita nell’affermare che i tribunali indiani erano carenti di giurisdizione, poiché i due marò godevano di immunità funzionale ed i fatti si erano verificati in acque internazionali.

            Le pronunce dei tribunali indiani che si sono susseguite, ma che non hanno posto fine alla vicenda, sono le seguenti (vengono qui omesse le decisioni relative al rilascio della Enrica Lexie, in seguito ai ricorsi presentati dall’armatore):
29 maggio 2012 - l’Alta Corte del Kerala rigetta il ricorso italiano volto a contestare la giurisdizione indiana;
30 maggio 2012 - l’Alta Corte del Kerala dispone la scarcerazione dei due marò, assoggettandoli però all’obbligo di firma giornaliero;
18 gennaio 2013 - la Corte Suprema indiana stabilisce che lo Stato del Kerala e i suoi tribunali non sono competenti, essendo l’incidente accaduto fuori della giurisdizione dello Stato membro dell’Unione Indiana.

            Le indagini ripartivano in tal modo da zero, e per la loro conduzione veniva investita la National Investigation Agency (NIA), polizia antiterrorismo competente in base al SUA Act (cioè la legge che dispone l’incorporazione nell’ordinamento indiano della Convenzione del 1988 sulla sicurezza marittima). Il SUA Act prevede la pena di morte per il reato di omicidio.

            Dopo aver escluso l’applicazione della legge antiterrorismo al caso dei due fucilieri di marina, la Corte suprema indiana ammetteva il 28 marzo 2014 il ricorso italiano volto ad impedire che la polizia dell’antiterrorismo proseguisse le indagini e formulasse i capi di accusa. La Corte suprema si riservava però di udire le controparti, posticipando la nuova udienza di quattro settimane, con il rischio che il periodo festivo – legato allo svolgimento delle elezioni legislative nazionali ed alla sospensione feriale delle attività dei tribunali – prolungasse di nuovo una decisione sulla vicenda.
           
            In effetti la nuova udienza veniva rinviata al 31 luglio 2014.



L’apertura di una nuova fase
            Il 24 aprile 2014, al Senato, nel corso delle comunicazioni dei Ministri degli Affari esteri e della Difesa agli Uffici di presidenza congiunti delle Commissioni Esteri e Difesa, il ministro Federica Mogherini ha dichiarato che intende imprimere una svolta alla vicenda mutando la strategia finora seguita, portando la questione a livello internazionale.

            Secondo le parole del Ministro, così come riportate dal sito istituzionale della Farnesina, “si è aperta una nuova fase sul caso marò, con l’avvio della procedura internazionale”. Il Ministro ha precisato che “Il 18 aprile scorso l’Italia ha inviato una nota verbale alle autorità indiane, la quinta in due mesi, ricevuta da Delhi il 21 aprile, in cui si riconferma il richiamo all’immunità funzionale” dei militari e dal ”diritto internazionale”. Il Ministro ha aggiunto che “dopo due anni c’è ancora una divergenza sulla giurisdizione. Divergenza che ho potuto constatare anche all’Aja il 25 marzo scorso” (il riferimento è all’incontro con l’omologo indiano in occasione del Vertice sulla sicurezza nucleare).

            Con la nota, ha precisato il Ministro, “chiediamo l’avvio di un ‘exchange of views’ (uno scambio di vedute) sulla disputa e il ritorno dei marò in Italia. Nel caso in cui non si raggiungesse in tempi ragionevoli, per questa via, una soluzione accettabile, si ricorrerà a strumenti internazionali di risoluzione delle dispute in base alle norme internazionali”.

            Il Ministro della Difesa, nel successivo intervento, ha spezzato una lancia a favore dell’arbitrato obbligatorio ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Tra l’altro il ricorso alla “procedura dell’arbitrato internazionale” era stata sollecitata anche in un ordine del giorno votato all’unanimità alla Camera il 13 marzo 2014, in occasione della discussione relativa al decreto legge per l’invio delle missioni all’estero.

            Una fase nuova comporta l’individuazione di figure nuove. In particolare il Ministro si è pronunciato per la costituzione di “un team di esperti, sotto la guida di un coordinatore”. Nello stesso tempo è stata annunciata la fine della missione di cui era stato incaricato il coordinatore speciale Staffan de
Mistura, che aveva seguito la vicenda anche come sottosegretario durante il precedente governo, nonché il ritorno a New Delhi dell’ambasciatore Daniele Mancini, che dovrà seguire da vicino la nuova fase.



Gli strumenti della nuova fase

            Cosa comporta questa nuova fase e quali strumenti possono essere attivati?

            Lo scambio di note può significare due cose non necessariamente alternative: una mossa volta a certificare che tra Italia ed India esiste una controversia internazionale, ovvero un tentativo di risolvere amichevolmente la questione.
           
            L’esistenza di una controversia internazionale è un presupposto essenziale per attribuire giurisdizione ad una corte internazionale. Occorre cioè una pretesa e la contestazione della stessa. Nel caso concreto l’Italia rivendica l’incompetenza dei tribunali indiani, mentre l’India afferma il contrario. Né si potrebbe affermare che non esiste una controversia Italia – India prendendo spunto dal fatto che l’Italia, contestando la giurisdizione indiana di fronte ai tribunali indiani, si sarebbe volontariamente sottoposta alla giurisdizione di questo Stato, pregiudicando il diritto di portare la questione di fronte ad una giurisdizione internazionale. Beninteso l’Italia avrebbe potuto scegliere l’internazionalizzazione della vicenda fin da subito, dal momento che non era necessario presentarsi di fronte ad un tribunale locale per poter esperire successivamente un ricorso internazionale. La c.d. regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, secondo cui prima di adire un tribunale internazionale occorre esperire i rimedi offerti dai tribunali locali (in questo caso l’India), non vale infatti nel caso di specie, poiché si tratta di un danno diretto arrecato allo Stato, essendo stata negata l’immunità dalla giurisdizione di organi dello Stato italiano.

            Altra possibile interpretazione della ripetizione degli scambi di note è che, invece di adire immediatamente il Tribunale internazionale, si voglia seguire una tattica finalizzata all’adozione di una soluzione della controversia mediante un negoziato, o che comunque s’intenda individuare di comune accordo uno strumento per risolvere la controversia, che non è necessariamente quello disposto nell’Annesso VII alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (di cui si dirà tra breve).



Mezzi per risolvere le controversie internazionali

            Quali mezzi in concreto possono essere individuati per risolvere la controversia? Il diritto internazionale non prescrive mezzi preordinati e si rimette alla volontà delle Parti. L’unico obbligo è quello di risolvere pacificamente la controversia.
           
            Oltre al negoziato, si possono individuare i buoni uffici e la mediazione, chiedendo ad un terzo di adoperarsi per risolvere la controversia: non risulta tuttavia che tentativi di mediazione siano stati finora sollecitati o comunque ottenuti. Vi è anche la possibilità di istituire una commissione di conciliazione, sempre con l’accordo tra le Parti. La decisione della Commissione di conciliazione non è però obbligatoria e quindi la conciliazione costituisce uno strumento più flessibile del ricorso all’arbitrato o ad altra Corte internazionale, poiché il lodo o la sentenza sono obbligatori per le Parti e in caso di soccombenza occorre adempiere, pena la violazione di un obbligo internazionale

            Il ricorso alla giurisdizione o all’arbitrato
            Quanto ad altri mezzi di soluzione della controversia, adombrati nel discorso del Ministro, ma non specificamente individuati, occorre far riferimento alla Corte internazionale di giustizia, al Tribunale internazionale del diritto del mare, all’arbitrato previsto dall’Annesso VII alla Convenzione delle Nazioni Unite del diritto del mare del 1982 o ad un arbitrato ad hoc.

            Le corti internazionali, a differenza dei tribunali interni, non hanno una competenza obbligatoria. Per poter deferire una controversia ad una giurisdizione internazionale occorre la volontà delle Parti, che può essere consegnata in uno strumento ad hoc (compromesso), oppure essere preventivamente disposta mediante una clausola compromissoria.

            Qualora non si riesca a raggiungere un accordo sul contenuto del compromesso, l’Italia potrebbe, nel caso concreto, attivare la competenza prevista dall’ Annesso VII alla Convenzione del diritto del mare e mettere in moto la procedura arbitrale. Non avendolo ancora fatto, è da presumere che si tenti ancora di risolvere la controversia in via negoziale, oppure che si preferisca deferire la controversia alla Corte internazionale di giustizia o ad un arbitrato ad hoc, ma per questo è necessario stipulare un accordo ad hoc con l’India, di cui al momento è difficile prevedere la concreta fattibilità.



L’Arbitrato secondo l’Annesso VII della Convenzione del diritto del mare

            Quali le «mosse» per mettere in moto la procedura di cui all’Annesso VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare? Il Tribunale può essere unilateralmente investito dalla Parte interessata, che dovrà produrre uno «statement of the claim and the ground on which it is based” (cioè l’indicazione della pretesa e i motivi che ne costituiscono il fondamento).

            Il Tribunale si compone di cinque membri. Ciascuna delle Parti ha diritto a designare un membro, gli altri tre sono nominati di comune accordo. In caso di disaccordo è previsto l’intervento del Presidente del Tribunale internazionale del diritto del mare. Tutta la procedura ha tempi prestabiliti, allo scopo di accelerare l’istituzione del Tribunale.
            L’Annesso alla Convenzione contiene anche regole per la procedura da seguire (che tra l’altro potrebbero essere scelte dalle Parti), nonché disposizioni in materia di contumacia, volte ad impedire che la non apparizione del convenuto sia d’ostacolo alla prosecuzione dell’azione giudiziaria.
           
            La sentenza è in unico grado, ma le Parti possono prevedere l’appello. E’ tuttavia previsto un giudizio sull’interpretazione o sulle modalità di esecuzione della sentenza. D’interesse è che, in attesa della costituzione del perfezionamento della procedura, il Tribunale internazionale del diritto del mare possa stabilire misure provvisorie, qualora ritenga prima facie competente il Tribunale arbitrale (art. 290 , par. 5 della Convenzione del diritto del mare).
           
            E’ da domandarsi se, come misura provvisoria, l’Italia possa chiedere ed ottenere il rinvio in Italia dei due marò. Il precedente del tentativo di non restituire all’India i due marò dopo la licenza elettorale potrebbe pesare in senso sfavorevole. Tuttavia il fatto che la misura provvisoria verrebbe presa con ordinanza del Tribunale potrebbe essere una garanzia circa il suo rispetto. Inoltre, il mancato ottemperamento costituirebbe un grave pregiudizio per le ragioni dell’Italia.

            Sarebbe da ritenere invece impercorribile e non soddisfacente la possibilità, che pure è stata evocata, di consentire ai due marò di attendere in un terzo Stato la fine della procedura. Gli ostacoli sono molteplici e i precedenti invocati non congrui, poiché riguardavano persone condannate che tra l’altro dovevano scontare la pena in un possedimento coloniale della madrepatria (caso Francia - Nuova Zelanda relativo a Greenpeace International). Per quanto riguarda l’India esiste, come abbiamo più volte indicato, un trattato bilaterale con il nostro Paese sul trasferimento delle persone condannate, ovviamente inapplicabile prima di una sentenza di condanna.

            La casistica
          L’eventuale ricorso unilaterale per attivare il Tribunale di cui all’Annesso VII non può prescindere da un esame della prassi e dei precedenti allo scopo di valutare la congruità dell’azione. I casi sono riportati sul sito web della Corte permanente di arbitrato, che agisce come ufficio di cancelleria del Tribunale arbitrale.

            Essi sono i seguenti:

            Barbados c. Trinidad e Tobago, iniziato nel 2004 e concluso nel 2006.
            Guyana c. Suriname, iniziato nel 2004 e concluso nel 2007.
            Malaysia c. Singapore iniziato il 1° settembre 2003 e terminato con un settlement agreement nel 2005.
            Paesi bassi c. Regno Unito (MoxPlant case), iniziato nel 2001 e terminato nel 2008.
            Bangladesh c. India (frontiera marittima nel golfo del Bengala) iniziato nel 2009 ed ancora in corso.
            Mauritius c. Regno Unito (Chagos Arcipelago), iniziato il 22 dicembre 2010 e tuttora in corso.
            Argentina c. Ghana iniziato nel 2012 e terminato con un accordo tra le parti nel settembre 2013.
            Filippine c. Cina, iniziato il 22 gennaio 2013 e tuttora in corso.
            Danimarca c. Unione europea (controversia di pesca) iniziato nel 2013 ed ancora in corso.
            Olanda c. Federazione russa, relativo alla cattura dell’Arctic Sunrise nella Zona economica esclusiva russa dell’Artico, iniziato nel 2013.

            Occorre in particolare esaminare, qualora s’intenda avviare il ricorso unilaterale, i casi in cui lo Stato contro cui il ricorso è stato presentato ha contestato la competenza del Tribunale, ha ricusato uno dei giudici (poiché avrebbe a lungo operato come consulente del governo avversario) e soprattutto i casi in cui è stata accolta la richiesta di misura provvisoria.

            Ad es. nella controversia Argentina c. Ghana il Tribunale internazionale per il diritto del mare, competente ad adottare misure provvisorie, ha ordinato il rilascio della nave - scuola della marina argentina, ARA Libertad, che era stata posta sotto sequestro dai creditori dell‘Argentina. La misura provvisoria ha consentito la successiva chiusura della controversia in via negoziale. Anche nel caso dell’Arctic Sunrise, il Tribunale del diritto del mare, con ordinanza del 22 novembre 2013, ha ordinato il rilascio della nave e degli attivisti di Greenpeace che si trovavano a bordo.

            Altro elemento da valutare è il fattore tempo. I precedenti dimostrano che per arrivare al lodo occorrono almeno due - tre anni, a meno che nel frattempo non si riesca a pervenire ad un accordo che ponga fine alla controversia.



 Conclusione

            La riassunzione del procedimento dopo la pausa festiva segna il limite per prendere una decisione, che difficilmente potrà essere rinviata. Se i marò non si presentano davanti al giudice corrono il rischio di essere incriminati; se si presentano finiscono per pregiudicare la via dell’internazionalizzazione e il disconoscimento della giurisdizione indiana, essendo essi organi dello Stato italiano. D’altra parte il diritto alla difesa è un diritto fondamentale di cui non si può privare l’individuo: l’India è chiaramente in violazione dell’art. 9 del Patto sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite, ma sollevare la questione nei fori appropriati significa riconoscere implicitamente la giurisdizione indiana, sul presupposto che ad oltre due anni dall’incidente non si è ancora arrivati alla formulazione dell’accusa.

            Il ricorso alla Corte internazionale di giustizia presuppone l’accordo delle Parti e quindi dell’India, che finora si è mostrata riluttante. Eguali considerazioni valgono per l’istituzione di un tribunale arbitrale ad hoc, che implica la stipulazione di un compromesso.

            Non resterebbe quindi altra via che quella del ricorso unilaterale al Tribunale previsto dall’Annesso VII della Convenzione del diritto del mare, ma prima di esperire questa via occorre un’attenta valutazione dei precedenti summenzionati, anche in considerazione della tempistica, piuttosto prolungata, connessa a tale procedura.

            Particolare rilievo, a questo fine, assume una disamina dei casi in cui il procedimento arbitrale è andato di pari passo al negoziato, portando all’adozione di una soluzione negoziale estintiva della procedura o incorporata nella sentenza medesima.

            L’adozione di una misura provvisoria, che potrebbe essere ottenuta in tempi relativamente brevi, sarebbe imprescindibile, sempre che questa comporti l’invio dei marò in Italia. Ma sul punto è difficile fare previsioni, quantunque qualche precedente favorevole esista.

            La via del ricorso a i tribunali internazionali non è pertanto alternativa al negoziato, ma semmai complementare. In tale prospettiva, occorre esaminare il quadro complessivo degli accordi in vigore tra i due paesi, anche nell’intento di integrarlo con alcune clausole ad hoc, ad es. inserendole nell’Accordo sulla cooperazione nel campo militare (in materia esiste un accordo firmato nel 2003 ed entrato in vigore nel 2008). Un ulteriore prospettiva si può ravvisare nella stessa giurisprudenza della Corte suprema indiana che nella decisione del 18 gennaio 2013 ha rimarcato il dovere di cooperazione tra gli Stati nella lotta alla pirateria, secondo quanto stabilito dall’art. 100 della Convenzione del diritto del mare.

            Sul piano più squisitamente politico, va ricordato come il nuovo premier indiano Modi abbia ottenuto una schiacciante vittoria, e questo potrebbe indurlo, come è stato detto da alcuni analisti, a prendere decisioni pragmatiche per porre termine ad una vicenda che si trascina ormai da troppo tempo.

Le opinioni riportate in questa nota sono riferibili esclusivamente all’Istituto autore della ricerca. Coordinamento redazionale a cura di:

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Di Natalino Ronzitti

venerdì 4 luglio 2014

Brebemi attacca e svela i pedaggi: 7 euro per un tratto di 45 chilometri

Brebemi, lo scontro sul pedaggioBrebemi passa al contrattacco e smentisce Legambiente che qualche giorno fa le aveva fatto i conti in tasca all’autostrada sostenendo che il pedaggio sarebbe costato 19 centesimi al chilometro, poco meno del triplo dei 7 centesimi dell’A4. Da qui l’associazione ambientalista si era lanciata nel vaticinio che la nuova arteria, in tempi di crisi, avrebbe raccolto meno viaggiatori di quelli preventivati.

La società di progetto di Brebemi ora scopre le carte rivelando per la prima volta il costo chilometro che per il 2014 (l’inaugurazione è prevista per il 22 luglio) sarà di 15 centesimi, comunque più del doppio rispetto all’A4. «Le affermazioni del responsabile trasporti di Legambiente Dario Balotta rappresentano l’ennesimo tentativo di arrecare discredito e danno all’immagine alla Brebemi — scrive la società —. L’associazione è già risultata soccombente in sede di contenzioso e ci costringe a una replica su argomenti che nulla hanno a che vedere con il suo statuto in quanto attinenti a profili finanziari e operativi che richiedono competenze specifiche e diverse. Basti al proposito rilevare che Legambiente ha asserito l’impossibilità di chiudere l’operazione di finanziamento per essere clamorosamente smentita il 25 marzo dell’anno scorso, data del closing finanziario». Brebemi poi bolla come «demagogico» e «speculativo», il paragone con le tariffe di altre autostrade, per un errore logico di fondo. 

Brebemi, lo scontro sul pedaggioLa direttissima, infatti, è la prima grande infrastruttura interamente realizzata con capitale privato e senza fondi pubblici. Nel merito la società che non ha mai nascosto come le sue tariffe sarebbero state superiori all’A4 facendo però ben presente che il costo per l’utente finale sarebbe stato bilanciato dai risparmi dovuti al tracciato più corto tra Milano-Brescia. «Con riferimento ai dati erroneamente forniti dal Balotta – chiarisce la società - precisiamo che per il 2014 il costo chilometrico dei veicoli leggeri, inclusivo di Iva e sovra canoni di legge, sarà pari a 15 centesimi di euro al chilometro e non 19. Il pedaggio, sempre per i veicoli leggeri, da Chiari Est a Treviglio (45 km) a 7,1 euro mentre da Chiari Ovest a Treviglio (34 km) sarà di 5,3 euro, infine Calcio-Caravaggio (19 km) costerà 2,9 euro». E contrariamente a quanto sosteneva Balotta, sul presunto tappo nell’area milanese che troverebbe un viaggiatore uscendo alla barriera di Liscate, procedono i lavori di raddoppio delle corsie di Cassanese e Rivoltana. «Come confermato dal Giudice amministrativo in occasione dei ricorsi proposti da Legambiente — ribadisce la società — il nostro progetto non presenta profili di criticità ambientale. Anche Balotta ha dovuto prendere atto. Lui e quanti utilizzeranno la Brebemi,apprezzeranno la qualità costruttiva dell’opera, i vantaggi che offre in termini di risparmio di tempo e carbolubrificanti, diminuzione di emissioni di Co2, miglioramento della viabilità locale e, conseguentemente della qualità della vita».

Fonte:  http://bergamo.corriere.it/


mercoledì 2 luglio 2014

India: caso Marò ancora aperto





 

Le Forze Armate italiane sono da sempre al centro di polemiche, soprattutto per quanto riguarda le missioni all’estero, spesso usate come mezzo di propaganda politica, resta il fatto che, al momento sono trentatré le attività italiane in venticinque Paesi e aree critiche del mondo. Tra queste, oltre alle ben note missioni in Afghanistan, Kosovo e Libano c’è, Ocean Schield missione antipirateria sotto l’egida della Nato, destinata a monitorare l’Oceano Indiano, nella fattispecie l’area del bacino somalo, di Gibuti e del Golfo di Aden per «contrastare la pirateria marittima che si è sviluppata in Somalia, uno Stato in guerra permanente dal 1991, laddove le organizzazioni criminali hanno prosperato approfittando della totale assenza delle Istituzioni e del Governo. Fornire, inoltre, protezione al naviglio noleggiato dalle Nazioni Unite, a favore del World Food Program, che trasporta generi di prima necessità alle popolazioni africane colpite dalla carestia» come si legge nella pagina dedicata sul sito del nostro Ministero della Difesa. La missione è legittimata; dalle risoluzioni; n. 1814 del 15 maggio 2008, n. 1816 del 2 giugno 2008, n. 1838 del 7 ottobre 2008 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 
 
A quanto pare il nostro impegno e quello degli altri Paesi ha contribuito ad arginare gli episodi di pirateria, tanto che secondo l’ultimo rapporto dell’International Maritime Bureau; gli atti di pirateria sono in netto calo nell’area del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano, questo non solo grazie alla missione Nato – in cui l’Italia opera in forza allo Standing Nato Maritime Group 2 – ma anche a causa della presenza di membri delle forze armate a bordo delle imbarcazioni che si trovano a incrociare nelle acque poco sicure dell’Oceano Indiano. 

Per quanto riguarda le navi italiane, l’Articolo 5 del decreto-legge n. 107 del 12 luglio 2011 – Proroga delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione. Misure urgenti antipirateria – ha creato i Nuclei Militari di Protezione, una task force della Marina Militare specializzata nella difesa delle navi mercantili battenti bandiera italiana. I Nuclei, in forza al 2° Reggimento della Brigata San Marco, sono undici – dieci operativi e uno di stanza alla Base Logistica di Gibuti – e sono composti da sei fucilieri di Marina che hanno il compito di proteggere da eventuali atti di pirateria le imbarcazioni a cui sono assegnati. 

La faccenda è apparentemente semplice, se non fosse che nell’antipirateria si incorre in una serie di norme e legislazioni che spesso si intersecano e diventano di difficile interpretazione. Non a caso sovente è necessario fare ricorso all’Unclos – acronimo di United Nations Convention on the Law of the Sea – la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, frutto di un lungo processo di negoziazione iniziato nel 1973, aperta alla firma nell’82 ed entrata in vigore solo nel 1994. È proprio l’Unclos che ha stabilito i concetti di acque interne, acque territoriali, arcipelaghi, zona contigua, zona economica esclusiva e piattaforma continentale. E sono proprio quei concetti che, nati per semplificare le relazioni internazionali e gli scambi commerciali, spesso sono chiamati in causa in controversie di difficile risoluzione. 

Al caso specifico dei Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – ma ipoteticamente il discorso sarebbe valido anche in altri casi – si aggiungono anche tutte le difficoltà dovute alla legittimazione di una giurisdizione rispetto a un’altra, all’assenza di una versione ufficiale del Governo italiano, alla mancanza di una normativa che determini le procedure a cui appellarsi in caso di eventi critici. 

Generale Vincenzo CAMPORINIGrazie all’aiuto del generale Vincenzo Camporini, Capo di Stato Maggiore della Difesa dal 2008 al 2011 e attualmente vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, cerchiamo di comprendere meglio quali possono essere state le falle e le dinamiche di questa complicata faccenda che sembra essere ancora ben lontana da una conclusione. 

Quali sono le dinamiche che riguardano i Nuclei Militari di Protezione, quali sono le loro regole d’ingaggio, come si muovono? 
A suo tempo, l’articolo del decreto legge sul rifinanziamento delle missioni internazionali del luglio 2011, dava delle regole molto generali, nel senso che consentiva l’impiego di questi nuclei armati militari e di nuclei armati di guardie giurate. Per queste ultime era previsto un regolamento applicativo, che è stato pubblicato da non molto, mentre per i militari non era previsto nessun tipo di regolamento. Questo è stato un grossissimo errore giuridico, perché la norma non specifica quali sono le responsabilità reciproche tra i nuclei armati e il comandante della nave, quindi non si evince dal testo chi comanda e chi prende le decisioni. A mio avviso è una gravissima pecca perché, anche ammesso che esistano degli accordi, diciamo; regolamentari, tra Confitarma e la Difesa, in realtà la valenza giuridica di questi accordi è nulla se non c’è un atto normativo. Atto normativo che deve essere fatto valere anche in caso di situazioni limite come quella che si è verificata, perché a questo punto il magistrato italiano che dovrà occuparsi della questione non ha alcun riferimento normativo e, in questi casi, il buon senso non basta. 


Lo scorso aprile il Ministro degli Esteri Federica Mogherini in Commissioni Esteri e Difesa congiunte ha dichiarato che in merito alla faccenda l’Italia intraprenderà la via dell’internazionalizzazione. Quali sarebbero quindi i possibili mezzi risolutivi arrivati a quel punto? 
Una piccola premessa: io sono molto critico sul comportamento dei nostri Governi perché dal momento in cui la cosa si è verificata è stato subito evidente che il caso doveva essere internazionalizzato la sera stessa, che non lo si poteva trattare come una diatriba tra Italia e India, ma che si trattava di una diatriba tra India e resto del mondo. Soltanto in questo modo credo che sarebbe stato possibile giungere a una soluzione in tempi brevi. Questo atteggiamento del Governo italiano ha consentito all’ineffabile Lady Ashton di dichiarare che lei non si sarebbe occupata delle beghe tra due Paesi sovrani. Per quanto riguarda i metodi, sono svariati: c’è la possibilità dell’arbitrato o quella di ricorrere al Tribunale Internazionale del Mare. Le possibilità sono diverse, con diverse modalità, con diversa cogenza nei confronti della controparte, perché in alcuni casi la controparte deve accettare un certo tipo di procedura, in altri casi è costretta ad accettarla in quanto unilaterale. Abbiamo aspettato ormai due anni e mezzo quasi, è chiaro che la pazienza è esaurita quindi il ricorso a procedure che potrebbero durare due o tre anni potrebbe essere giudicato non adeguato alla situazione. Comunque è una scelta da fare al più presto possibile, a me piacciono le dichiarazioni se sono seguite dai fatti. 

Per quanto riguarda il peso della politica interna indiana, crede che davvero il coinvolgimento di Sonia Gandhi abbia influito negativamente sulla vicenda? 
Questo è sicuro, perché lei ha sempre cercato di dare evidenza di essersi staccata dalle radici italiane. Anche in passato ci sono state altre situazioni di imbarazzo per amicizie italiane che non erano state, diciamo, all’altezza delle aspettative. Oggi con questo nuovo Governo che si è insediato dopo una campagna in cui la questione dei due nostri fucilieri di Marina è chiaramente stato uno degli argomenti forti dell’opposizione, quella che adesso è diventata la maggioranza, l’auspicio è che eliminato questo ostacolo, il discorso diventi un po’ meno emotivo e un pochino più razionale. È certo che Modi ha fatto una campagna abbastanza pesante su questo argomento, quindi a questo punto lui dovrebbe smentirsi e assumere un atteggiamento più conciliante. Io non sono eccessivamente ottimista. Parlando con alcune mie conoscenze indiane è emerso che gli indiani sono fortemente in imbarazzo, non sanno come venirne fuori, per loro la questione della faccia da salvare è fondamentale molto più che per noi, però si trovano in una situazione da cui è difficile uscire. Probabilmente se non fosse stato commesso l’errore di non farli tornare in India, ci sarebbero state un po’ di effervescenze diplomatiche. 

A proposito di errori, quale ritiene siano stati gli sbagli più gravi commessi dal nostro Paese nella gestione di questo caso? 
In questa vicenda, se avessimo avuto la checklist degli errori, l’avremmo completata, sin dall’inizio della norma, da quando è stato deciso di far entrare la nave nel porto di Kochi. Perché purtroppo, e questa è una cosa gravissima, non esiste una versione ufficiale del governo italiano su quello che è avvenuto. Questa è una cosa che io giudico inaccettabile, ci saranno dei buoni motivi, spero che ci siano, perché se non ci sono trovo che sia una dimostrazione di sciatteria. Quando la polizia salita a bordo della nave, e la polizia poteva farlo perché all’interno delle acque territoriali su navi civili vale il diritto territoriale, ha chiesto chi avesse sparato, sarebbe bastato che non riferissero chi fosse stato dei sei fucilieri a bordo. Dopo di che, un altro errore gravissimo è stato pagare un indennizzo alle famiglie dei pescatori, non come ammissione di responsabilità, ma come gesto di solidarietà. Questo è successo perché nella tradizione giuridica italiana, quando qualcuno si libera della parte civile in un processo penale, le cose scorrono più agevolmente. Ma questo accade in Italia, non in India. Quindi chi ha dato questo consiglio, chi ha preso questa decisione, dovrebbe farsi un esame di coscienza. Poi, come ho già detto, non aver internazionalizzato fin dall’inizio la questione o ancora di averli rimandati in India, anche se la cosa si doveva preparare meglio, nel senso che avrebbe dovuto esserci un accordo dietro le quinte, per cui al mancato rientro dei fucilieri in India, sarebbe solo seguito un ben costruito scontro per salvare le apparenze, per poi ricominciare i normali rapporti diplomatici. Questo non è stato fatto, è stato deciso di trattenerli senza un accordo preventivo, è chiaro che l’India a questo punto ha reagisce malissimo e mettendosi dalla parte del torto, limitando la libertà dell’ambasciatore. Ma anche qui bisognava avere il coraggio di richiamare in patria Daniele Mancini e vedere se davvero le autorità indiane l’avrebbero davvero fermarlo. Niente di tutto questo è stato fatto, veramente un atteggiamento incomprensibile. Quando poi si decise di farli tornare indietro, qualcuno avrebbe dovuto pensare alla posizione del Governo indiano che ha rivendicato sia la propria giurisdizione sia l’indipendenza della propria magistratura. A quel punto, tornati in Italia per votare, il procuratore militare avrebbe dovuto arrestarli e metterli sotto inchiesta per accertare le dinamiche dei fatti. Alle richieste dell’India di rimandarli lì, il nostro Governo avrebbe dovuto rispondere di non poter fare nulla in quanto anche la nostra magistratura è indipendente. Nulla di tutto ciò. Una gestione veramente molto criticabile. Adesso vediamo, il ricorso ai mezzi internazionali richiederà tempo, gli indiani hanno procedure ancora più lente delle nostre, per cui questi due ragazzi hanno tutti i diritti di essere stufi. 

Nonostante si sia parlato non poco dell’argomento, si ha l’impressione che la gente non abbia le idee chiare sulla situazione, non solo su come sono andati i fatti, ma anche sulle effettive e attuali condizioni dei due fucilieri di Marina. 
Il problema è la carenza di informazione, anche se non mi sembra che manchino informative da parte della Difesa, perché è stato chiaramente detto che i due sono stati assimilati al personale dell’Ambasciata e quindi hanno incarichi all’interno della nostra rappresentanza diplomatica, vivono lì e ogni settimana hanno l’obbligo di firma. Anche per questo siamo in una situazione un po’ ibrida perché, se accetto l’obbligo di firma accetto anche la giurisdizione indiana, ma io rifiuto la giurisdizione indiana quindi non dovrei accettare neanche l’obbligo di firma. È chiaro, però, che se non vado più a firmare è bene che non esca dall’ambasciata. Probabilmente tutte queste considerazioni han fatto cercare una via di mezzo che in qualche modo apparisse conciliatoria: io non accetto la giurisdizione, però, visto che vuoi la firma, vengo a firmare. 

Invece dal punto di vista economico quanto contano le relazioni commerciali tra Italia e India, quanto complicano le cose? 
Da quello che si è letto e da quello che si è detto circa la riunione in cui venne deciso di rimandarli e di una lettera del presidente di Confindustria, che seppure non portasse riferimenti espliciti e parlasse in generale dei rapporti commerciali tra Italia e India, era una richiesta indiretta di non irritare il governo indiano. È chiaro che gli interessi italiani in India sono tanti, e hanno il loro peso. È chiaro che qualcuno è preoccupato per i suoi investimenti, non c’è dubbio. Non sono assolutamente convinto invece che ci sia stata una qualche correlazione con la questione Finmeccanica elicotteri, da questo punto di vista sono molto scettico, perché sono state due situazioni del tutto diverse, slegate, non credo che ci sia nulla che le leghi e la dimostrazione è il fatto che, nonostante alla fine poi noi abbiamo deciso di rimandare i due, l’India abbia comunque deciso di troncare il contratto con l’Augusta per questi elicotteri. Tra l’altro adesso sembra che ci sia qualche ripensamento perché l’EH 101 è sicuramente la macchina migliore sul mercato oggi, non ha eguali, quindi ci perderebbero, infatti l’Aeronautica ha compiuto degli atti formali verso il governo indiano per invitarlo a ripensarci. Non penso che ci sia una correlazione tra questo business e la decisione di rimandarli in India, mentre per altre cose sì, gli interessi sono molto alti, stiamo parlando di miliardi di euro di rapporti per cui è chiaro che qualcuno era preoccupato per i suoi quattrini più che per i nostri marinai. 

Fonte: http://www.lindro.it/

PREOCCUPAZIONE A GIOIA TAURO: IL 2 LUGLIO ARRIVANO LE ARMI CHIMICHE

Inizieranno il 2 luglio le operazioni di trasbordo delle armi chimiche siriane nel porto di Gioia Tauro.
Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Federica Mogherini, mettendo fine all'attesa che si protraeva da diversi mesi sulla data in cui si sarebbe svolta l'operazione che suscita allarme e preoccupazione tra i cittadini di Gioia Tauro e tra i lavoratori portuali.

L'operazione di trasbordo
L'operazione del prossimo 2 luglio avvia alla conclusione quella che è stata definita "la più grande operazione di disarmo degli ultimi 10 anni". Si tratta di 560 tonnellate di agenti chimici, stivate in 60 container e pronte a trasformarsi in micidiali armamenti di cui il regime siriano è stata costretto a privarsi con la sottoscrizione dei recenti accordi di pace.

La nave cargo danese Ark Futura, che ha caricato le sostanze chimiche nel porto mediorientale di Latakia, giungerà nel porto di Gioia Tauro il primo luglio e il giorno dopo inizieranno le operazioni di trasbordo sulla nave americana Cap Ray, attrezzata con un impianto per la neutralizzazione degli agenti chimici. L'operazione durerà diversi giorni, trascorsi i quali la Cap Ray si recherà al largo per iniziare le operazioni di distruzione.

Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini
Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini
Le preoccupazioni dei cittadini
Nonostante le assicurazioni circa la sicurezza delle operazioni, il clima che si respira tra i cittadini è di preoccupazione, dovuta essenzialmente al fatto che non sono state fornite informazioni sui materiali che saranno trattati, ma anche dal fatto che si registra uno spiegamento di forze che sarebbe ingiustificato se le condizioni fossero di assoluta sicurezza come affermato dal Ministero.
Nei mesi scorsi, gli stessi Vigili del Fuoco che operano nel porto di Gioia Tauro, che effettueranno materialmente le operazioni, hanno lamentato l'inadeguatezza delle strumentazioni necessarie, in primo luogo le maschere antigas, a causa dei tagli della spending review.
A testimoniare il clima di incertezza che alimenta la preoccupazione è la discordanza sui tempi di svolgimento dell'operazione: alcuni giorni secondo il portavoce del pentagono John Kirby, 24 ore secondo quanto comunicato ai sindaci della piana che hanno concordato un piano di allerta con la Prefettura di Reggio Calabria.
 
Fonte: http://cervelliamo.blogspot.it/